Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

LA GERMANIA ESPORTA TROPPO… MA DAI, VE NE SIETE ACCORTI SOLTANTO ORA?



La politica economica della Germania è nota: da diversi anni, infatti, è l’export a trainare l’economia tedesca.


Qualche giorno Cristine Lagarde, direttrice generale del FMI, ha dichiarato che la Germania esporta troppo, in effetti, come è possibile vedere dall’immagine qui sopra (FONTE: Eurostat) il saldo di conto corrente della Bilancia dei pagamenti superiore è del 8,5%, quando invece il limite previsto dal Macroeconomic Imbalance Procedure è del 6%. Questa procedura è regolamentata dal Six Pack, pacchetto di sei atti legislativi del 2011 sulla governance economica europea. Ma quali sono i fondamenti macroeconomici della politica economica tedesca?
Illustriamola con la seguente equazione del PIL:


Y= C+ I+ G + EXP - IMP


Y = PIL

C = Consumi

I = Investimenti

G = Spesa pubblica

EXP = Esportazioni

IMP = Importazioni


Partendo da questa equazione possiamo dire che Y - C - G - I = EXP - IMP; in contabilità nazionale Y - C - G= S (risparmio nazionale) quindi: S - I= EXP - IMP

La differenza tra risparmio nazionale e investimento corrisponde al saldo di bilancia commerciale, dato dalla differenza tra esportazioni e importazioni. Di conseguenza, se un paese ha un saldo di bilancia commerciale enorme come la Germania (il surplus di bilancia commerciale ammonta a circa 300 miliardi, superando persino quello della Cina che ammonta a 260 miliardi, viene da sè che o il risparmio è altissimo (ma questo significa consumi molto bassi) o se i consumi sono fisiologici, gli investimenti dovranno essere bassi. La Germania in Europa molto poco, dato che non ne ha bisogno grazie al suo mega export. In poche parole, compensa il calo della domanda interna con una domanda estera molto alta. Capito? Teoricamente la Commissione Europea dovrebbe aprire una procedura d’infrazione nei confronti della Germania, ma al momento non vola una mosca a tal riguardo… E pensare che la Germania chiede manovre molto austere ai paesi membri dell’UE, soprattutto ai PIIGS, acronimo di (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) rei, secondo i tedeschi, di essersi mangiati tutto prima della crisi finanziaria. Ma proviamo a chiederci su quali basi siano poggiate l’austerity dell’Ue neoliberista a trazione tedesca.

Riprendiamo l’equazione di prima: 

Y= C (Y-T) + I+ (G -T) + EXP - IMP 

Y = PIL

Y – T = Reddito disponibile

C = Consumi

I = Investimenti 

G = Spesa pubblica

EXP = Esportazioni 

IMP = Importazioni

Secondo l’UE dovremmo aumentare il PIL ma:

1) Dobbiamo tagliare la spesa pubblica: il taglio della spesa pubblica in tempi di crisi, non fa altro che aggravare la crisi. In un paper del FMI (chiamato “Successful Austerity in the United States, Europe and Japan”) viene calcolato l’effetto dell’austerità sul PIL un taglio della spessa pubblica equivalente all’1% del PIL nell’Eurozona, negli USA e in Giappone. Inoltre, per l’Eurozona, si analizzano separatamente Francia e Italia. Un taglio della spesa pubblica dell’1% del PIL, provoca una caduta fino al 2,56% del PIL per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. Riguardo l’Italia si va dall’1,4% all’1,8%. Se lo Stato decidesse di aumentare la spesa pubblica, ad esempio per assumere lavoratori, dovrebbe ovviamente dargli uno stipendio. Questo stipendio verrebbe in parte speso e in parte risparmiato (nessuno vuole rimanere senza un euro in tasca ovviamente). Questa parte consumata va ad aumentare la domanda e successivamente la produzione, con annessi effetti benefici sul mercato del lavoro (per produrre di più serviranno nuovi lavoratori ad esempio).

2) Gli investimenti sono bloccati dal Patto di Stabilità interno, dunque il PIL non aumenta;

3) Aumento della pressione fiscale: un aumento della pressione fiscale fa diminuire il reddito disponibile e il livello dei consumi, pertanto il PIL diminuisce. La gente spende di meno e tramite il moltiplicatore delle tasse, diminuisce la domanda e la produzione.
Quindi, per il neoliberismo europeo l’equazione del PIL è soltanto Y = EXP – IMP, ma per aumentare le esportazioni, non potendo più svalutare la moneta, è necessario svalutare il lavoro. Come? Ad esempio creando un esercito di riserva, come lo definiva Marx, importando dall’estero tanta manodopera dequalificata, che può sostituirvi anche subito, dato che costano pure di meno e che non è richiesta alcuna formazione particolare, creando dunque un dumping salariale e costringendovi ad accettare paghe da fame, nel nome del profitto più sfrenato. Tutto questo come avviene? Con una disoccupazione alta, dato che in presenza di un alto tasso di disoccupazione, i lavoratori "avranno meno forza contrattuale"; tanto che gli frega, "se perdete il lavoro piamo qualcun altro"…

La Germania inoltre, secondo un altro studio del FMI, denominato “External Sector Report 2016”, in cui calcola il valore dell’Euro, se corrispondesse alle caratteristiche di ciascun sistema economico dell’Eurozona, ha un euro “eccessivamente sottovalutato”, circa del 15%. Tutto ciò chiaramente aiuta, non poco, la Germania, come confermano poi i dati. Colei che dovrebbe essere la locomotiva d’Europa, colei che dovrebbe trascinarci in realtà ci sta trascinando da un’altra parte… ovvero verso il baratro.

Il neoliberismo come tirannia


Fino ad ora le previsioni di Marx riguardo una implosione del sistema capitalistico non si sono affatto avverate. Quest’ultimo infatti, nell’ultimo secolo, non solo è stato in grado di trovare sempre nuovi e più efficaci strumenti per perseguire il suo dominio, ma ha anche fatto in modo da spostarsi progressivamente più “in alto”, in modo tale da costruirsi una roccaforte ancora più difficile da espugnare. La logica del dominio viene dunque perpetrata dalla cosiddetta “alta finanza”, la quale, imbevuta dell’ideologia neoliberista e in nome della fandonia secondo la quale più il mercato è libero e più il benessere dei cittadini aumenta, continua indisturbata e lontanissima dagli occhi dei cittadini a decidere la sorte degli stessi. Il paradigma Marxista di “lotta di classe” fra il proletariato e la borghesia non ha più modo di esistere in un’epoca in cui quest’ultime non vivono una situazione di conflitto fra loro, bensì paradossalmente si ritrovano ambedue relegate in una posizione di subalternità e di quasi inconscio sfruttamento. 

La logica neoliberista infatti , tramite l’aiuto e l’approvazione semi-tacita dei governi degli Stati occidentali, ha oramai permeato tutti gli ambiti della vita delle persone e in nome del dogma del mercato libero e senza regole ha sicuramente contribuito, col passare degli anni, all’allargamento della forbice della ricchezza mondiale. In un’epoca in cui la morte delle vecchie ideologie è sicuramente comprovata da tempo e il primato della politica ha fatto spazio a quello dell’economia, l’elite finanziaria ha creato la sua ideologia, più subdola, ma infinitamente più efficace:il neoliberismo. Quest’ultimo viene considerato da molti economisti, da Von Hayek a Friedman, come una vera e propria scienza esatta, la quale dovrebbe portare inevitabilmente al benessere mondiale. Così dagli anni 80’ il neoliberismo ha cominciato a dominare incontrastato, anche grazie all’approvazione delle elite politiche occidentali, le quali, per stupidità o convenienza, hanno contribuito all’allargamento incontrastato del fenomeno.

Ma quali sono gli strumenti di cui dispone l’elite finanziaria per perseguire il proprio dominio e per evitare la nascita di un sistema alternativo?. La ricetta del neoliberismo prevede come ingredienti fondamentali: la Deregulation, cioè l’abbattimento dei dazi doganali e del protezionismo in generale andando a limitare dunque le norme e regole che tendono a limitare l’accumulazione del profitto; la Privatizzazione, cioè la progressiva sostituzione di servizi pubblici con servizi privati o privatizzati; l’abbattimento delle spese sociali come la sanità, la Scuola, il sistema pensionistico. La logica del dominio neoliberista, nel corso degli ultimi 30 anni, ha sicuramente beneficiato delle scelte delle elites politiche del mondo occidentali, le quali, in primis hanno assecondato lo scoppio della globalizzazione, in secondo luogo hanno acconsentito a costruire l’impalcatura dell’Unione Europea, che ha essenzialmente fornito la base giuridica per il perseguimento della deregulation e della privatizzazione, e in ultima analisi continua a porre in essere una politica migratoria sregolata che altro non fa che abbassare il costo del lavoro. 

Il risultato di tutti questi addendi è indubbiamente la restrizione dei diritti sociali, messi costantemente in secondo piano rispetto alla logica del profitto che finisce inevitabilmente per ingrossare le tasche di chi già le ha piene a discapito di coloro che combattono per arrivare alla fine del mese. Il vero e immenso problema è che questa logica onnicomprensiva sembra non dare possibilità reali alla sfera politica di poter creare un sistema alternativo più giusto, cioè un sistema che possa porre in essere un connubio fra il capitalismo economico e il benessere reale dei cittadini, il quale dovrebbe essere oggettivamente e non soggettivamente, lo scopo finale di ogni attività politica ed economica. Non resta che aspettare tempi migliori, tempi in cui i cittadini acquistino la consapevolezza del sistema nel quale vivono e in cui i politicanti comincino a pensare seriamente alla popolazione che rappresentano, estraniandosi il più possibile dalla mera logica del denaro.

Fabio Iocco

L’ITALIA È LA MADRE DI TUTTE LE MINACCE SISTEMICHE


Via ZeroHedge e MauldineconomicsGeorge Friedman avverte che la crisi bancaria italiana potrebbe portare ad una nuova crisi globale come quella del 2008 e al fallimento del sistema internazionale. Le banche europee sono infatti fortemente interconnesse e la miccia italiana darà fuoco alle polveri della Deutsche Bank, ritenuta dal FMI “il maggior singolo contributore” alle minacce sistemiche. Ma a differenza del 2008, questa è sostanzialmente una crisi politica e amministrativa: è la UE con la sua assurda regola sul bail-in che rende difficile trovare una via d’uscita per le banche italiane, e sono le aspettative degli elettori tedeschi, falsate dalla retorica contro le cicale dell’Europa del Sud, che rendono impossibile il supporto politico a meccanismi di salvataggio.
di George Friedman, 17 settembre 2016
L’Italia è stata in crisi per almeno otto mesi, anche se i media tradizionali non l’hanno ammesso fino a luglio. Questa crisi non ha nulla a che fare con il Brexit, anche se gli avversari del Brexit sosterranno il contrario. Anche se la Gran Bretagna avesse votato per rimanere in Europa, la crisi italiana starebbe comunque accelerando.
L’alto livello di crediti deteriorati (NPLs) è stato un problema da prima del Brexit. E’ chiaro che non c’è nulla nell’economia italiana che possa ridurli. Solo un incredibile miglioramento economico permetterebbe di rimborsare questi prestiti. E l’economia europea non può seriamente crescere abbastanza per aiutare l’Italia. Siamo stati in crisi per un bel po’.
Le banche stanno semplicemente detenendo crediti deteriorati che in realtà sono inesigibili e li attualizzano piuttosto che cancellarli dai bilanci. Ma questo nasconde soltanto l’ovvio. Il 17% dei prestiti in Italia non sarà rimborsato. Questo distruggerà i bilanci delle banche italiane. E non succederà solo in Italia.
I prestiti italiani sono cartolarizzati e rivenduti, e le banche italiane prendono prestiti da altre banche europee. Queste banche, a loro volta hanno ipotecato il debito italiano. Poiché l’Italia è la quarta economia più grande in Europa, questa è la madre di tutte le minacce sistemiche.
Bail-In, non salvataggi
L’unica cosa che può aiutare è un salvataggio pubblico. Il problema è che l’Italia non è parte solo della UE, ma lo è anche della zona euro. In quanto tale, la sua capacità di stamparsi una via d’uscita dalla crisi è limitata. Inoltre, i regolamenti UE rendono difficile salvare le banche per i governi.
L’UE ha un concetto chiamato bail-in, che significa che i depositanti e i creditori della banca perderanno i loro soldi. Questo è ciò che l’UE ha imposto a Cipro. A Cipro, i depositi superiore a 100.000 euro sono stati sequestrati per coprire i debiti delle banche cipriote. Anche se alcuni sono stati restituiti, la maggior parte non lo è stato.
Il bail-in è una formula per la corsa agli sportelli. Il denaro sequestrato a Cipro è arrivato da fondi pensione e stipendi. Roma vuole assicurarsi che i depositanti non perdano i loro depositi. Una corsa agli sportelli garantirebbe un collasso. Un collasso rovescerebbe il governo e darebbe al Movimento Cinque Stelle, un partito euroscettico, delle buone possibilità di governare.
La regola del bail-in esiste perché Berlino non vuole salvare il sistema bancario usando soldi tedeschi. Il sentimento anti-europeo in Germania è in aumento, con la crescente popolarità del partito nazionalista Alternativa per la Germania. I tedeschi si sentono fiscalmente responsabili, e non sopportano di pagare per l’irresponsabilità degli altri.
Pertanto le mani del governo tedesco sono legate. Non può accettare un sistema di assicurazione dei depositi a livello europeo, perché metterebbe a rischio il denaro tedesco. Né può consentire l’eccessiva stampa di euro. Che verrebbero tirati fuori anche dalla Germania.
Gli italiani possono soltanto cercare di gestire il problema ignorando le regole della UE, che è quello che stanno facendo.
La crisi che si diffonde
E un’altra crisi economica europea si sta preparando. La Germania trae quasi la metà del suo PIL dalle esportazioni. Tutta la disciplina e la frugalità dei tedeschi non possono nascondere il fatto che la loro prosperità dipende dalla loro capacità di esportare. La capacità di esportare dipende dalla domanda dei loro clienti.
La Germania esporta pesantemente verso l’UE, e la crisi italiana potrebbe causare una crisi bancaria a livello UE. Questo taglierebbe profondamente le esportazioni tedesche e il PIL, facendo salire la disoccupazione. Logicamente, i tedeschi dovrebbero cercare disperatamente di scongiurare un default italiano. Ma Angela Merkel non è ansiosa di annunciare al popolo tedesco che la loro economia dipende dal benessere dell’Italia.
Chiaramente, le aziende tedesche sono consapevoli del pericolo. La produzione tedesca di beni capitali è scesa di quasi il 4 per cento rispetto al mese scorso. La produzione tedesca di beni di consumo è aumentata solo dello 0,5 per cento.
I consumi tedeschi non possono verosimilmente compensare la metà del PIL della Germania. Inoltre, il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente detto che Deutsche Bank è il maggior singolo contributore al rischio sistemico nel mondo. Una bancarotta che corre attraverso l’Europa colpirà Deutsche Bank.
La tessera Stati Uniti del puzzle
Tuttavia, la vera minaccia per la Germania è una recessione negli Stati Uniti. Le recessioni sono normali eventi ciclici necessari per mantenere l’efficienza economica attraverso l’abbattimento selettivo delle imprese inefficienti. Gli Stati Uniti ne hanno in media una una volta ogni sei-sette anni. Nell’economia si è insinuata irrazionalità sostanziale. La curva dei rendimenti dei tassi di interesse sta cominciando ad appiattirsi. Normalmente, un declino importante del mercato precede una recessione da tre a sei mesi. Ciò indica che probabilmente non accadrà nel 2016, ma potrebbe succedere nel 2017.
Data la stagnazione in Europa, la Germania sta spostando le sue esportazioni verso altri paesi, in particolare gli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti vanno in recessione, tra le altre cose cadrà la domanda di beni tedeschi. Ma nel caso della Germania, un calo dell’1 per cento delle esportazioni è quasi una caduta di mezzo punto percentuale del PIL. Col minuscolo tasso di crescita della Germania, una caduta di qualche punto potrebbe condurla verso la recessione e una disoccupazione elevata.
Una recessione negli Stati Uniti colpirebbe non solo la Germania, ma il resto d’Europa. Molti paesi esportano verso gli Stati Uniti, sia direttamente sia attraverso la produzione di componenti per i prodotti tedeschi e britannici. Gli USA in qualche modo sono esposti alle bancarotte estere, ma non abbastanza da far cadere il sistema americano. Gli Stati Uniti, con percentuali di esportazione relativamente basse e bassa esposizione, possono resistere al loro ciclo. Non è chiaro se l’Europa è in grado.
La visione d’insieme
L’UE deve affrontare i problemi dell’Italia e della Germania, ma i suoi regolamenti rendono molto difficile trovare soluzioni. Tutto è stato messo in moto nel 2008, ma non è una crisi come quella del 2008. Questa è soprattutto una crisi politica e amministrativa. Il sistema europeo è stato creato per amministrare la pace e la prosperità, non per gestire le complesse rotazioni di un’economia.
L’argomentazione di quelli che sono contro l’internazionalismo è semplice. A volte i grandi sistemi internazionali falliscono. Meno si è aggrovigliati in questi sistemi, meno se ne soffre i danni. E dal momento che tali fallimenti sistemici storicamente portano al conflitto politico e alla crisi, cresce la tesi a  favore del nazionalismo – supponendo che non si sia già intrappolati nella crisi sistemica. In ogni caso, l’aumento del nazionalismo segue il fallimento sistemico come la notte segue il giorno.

"Sei lezioni di economia": il libro di Sergio Cesaratto che aiuta come capire e sconfiggere la crisi



DAL 1° SETTEMBRE IN LIBRERIA!
Dai perdenti della globalizzazione alla bancarotta dell’euro passando per Marx, Sraffa e Keynes.
Lo scontro fra le grandi teorie economiche, gli arcani delle politiche di Draghi e il fallimento dell’Europa raccontati con passione intellettuale e impegno civile.

Questo libro si rivolge a chi in questi anni non ha accettato le spiegazioni convenzionali di una crisi devastante e l’idea che «siamo un Paese corrotto, fortuna che Europa ed euro ci fan rigare dritti». Da Adam Smith a Schäuble, l’ambizione del volume è di intrecciare la teoria economica alle drammatiche vicende della crisi europea, dell’euro, del declino del nostro Paese. Non basta prendersela col “neoliberismo”, le “banche malvagie”, la “finanza speculativa” o la “corruzione”. Si deve scavare nelle fondamenta della teoria convenzionale che è dietro le politiche monetarie e fiscali europee, la deregolamentazione finanziaria, lo smantellamento dei diritti sociali (le cosiddette “riforme strutturali”), il mercantilismo tedesco.
Muovendo dalle teorie di Sraffa e Keynes e dalla letteratura eterodossa, il volume mostra la debolezza di quelle fondamenta e la natura conservatrice della costruzione europea. Analisi economica critica e realismo politico ci suggeriscono che, sfortunatamente, un’“altra Europa” non è possibile in quanto le entità politiche e monetarie sovranazionali hanno un’insopprimibile impronta liberista, e sono funzionali a smantellare gli spazi nazionali in cui si esprime il conflitto sociale che, se regolato, è il sale della democrazia.

Sergio Cesaratto è fra i più noti economisti critici internazionali. Ha studiato alla Sapienza, dove ha conseguito il dottorato, e all’Università di Manchester. È professore ordinario di Politica monetaria e fiscale dell’Unione Economica e Monetaria europea, Economia della crescita e Post-Keynesian Economics all’Università di Siena. Ha pubblicato sulle principali riviste eterodosse internazionali e si è occupato, fra l’altro, di teoria della crescita e di economia delle pensioni. Da sempre legato all’impegno civile, è stato fra i primi a denunciare il contributo della moneta unica, con la connivenza della politica italiana, al degrado economico e civile che si è abbattuto sul nostro Paese. Suoi interventi sono apparsi su diversi quotidiani; il suo blog è politicaeconomiablog.blogspot.it

Mario Draghi ha finito i trucchi, arriva la deflazione


Ambrose Evans-Pritchard analizza la delicatissima posizione del presidente della BCE, Mario Draghi. Come ci attendevamo, la sua “svolta” in materia di politica monetaria è servita solo a comprare tempo all’eurozona, senza poter risolvere i problemi sottostanti. Nonostante l’utilizzo delle armi a disposizione (tassi negativi, QE) e in un corrispondenza di una situazione mondiale favorevole (crollo del prezzo dell’energia), l’eurozona non è riuscita ad uscire dalla trappola deflattiva, né a creare crescita. Quello che manca è una politica fiscale espansiva, ma i paesi periferici debitori non se la possono permettere, mentre i paesi creditori come la Germania non hanno alcuna intenzione di farla. Bloccata in questo groviglio inestricabile, l’eurozona non può che rimanere passiva in attesa che la prossima crisi globale le assesti un dolorosissimo colpo di grazia.

Gran parte dei paesi dell'Eurozona sta scivolando sempre di più in una trappola deflazionistica nonostante i tassi di interesse negativi e un trilione (1000 miliardi) di Quantitative Easing, lasciando l'area valutaria priva di strumenti di emergenza nei confronti di una prossima eventuale recessione.

La BCE sta per finire le armi a sua disposizione e sembra sempre più impossibilitata a fare di più sotto i vincoli di natura giuridica del suo mandato.  La BCE ha rivisto le previsioni di crescita per i prossimi due anni al ribasso – adducendo le incertezze relative alla Brexit – e ha ammesso che ci sono poche possibilità di raggiungere l’obiettivo di inflazione del 2% entro questo decennio – insistendo sul fatto che ora spetta ai governi spezzare l’attuale circolo vizioso.

Mario Draghi, governatore della BCE, ha detto che ci sono limiti agli effetti delle politica monetaria e ha richiesto al resto dell’eurozona di “agire più incisivamente” per far salire la crescita, in particolare con spesa in infrastrutture. Lo stratega esperto di bond sovrani Nicholas Spiro ha detto che “è ormai abbondantemente chiaro che Draghi è fuori gioco e siamo nella fase terminale del QE. L’eurozona ha bisogno di un cambiamento drammatico nella natura delle sue politiche che deve venire dalla politica fiscale”.

Il Signor Draghi ha distrutto le speranze di un’espansione del programma di acquisto di Bond della BCE da 80 miliardi mensili, e non ha dato nessuna indicazione su una possibile estensione oltre la data di termine programmata per marzo 2017. Il punto non è stato nemmeno discusso.

“Gli ostacoli a un aumento dell’azione della BCE sono più grandi di quanto si pensi” ha detto Ben May di Oxford Economics.

La scadenza di marzo rischia di diventare una questione nevralgica per i mercati, data l’esperienza vissuta con la FED statunitense dove un brusco stop del programma di QE è equivalso ad una stretta monetaria potenzialmente molto distruttiva.

La BCE ha usato tutti gli strumenti per reflazionare l’economia, ma l’inflazione “core” è rimasta al di sotto dell’1% ormai da 3 anni. I funzionari BCE sono ancor più preoccupati dal trend sottostante. I dati raccolti da Marchel Alexandrovich di Jefferies mostrano che, nel paniere considerato, la percentuale di beni e servizi che registrano un’inflazione inferiore all’1% ha ormai raggiunto il 58%.

Questa situazione tipicamente precede la deflazione e suggerisce che l’eurozona è estremamente vulnerabile a qualsiasi shock esterno. La percentuale di cui sopra è del 67% in Italia, ed è decisamente superiore rispetto a quando la BCE lanciò il programma di QE lo scorso anno.

L’eurozona avrebbe dovuto ormai raggiungere la “velocità di fuga”, dopo che un potente set di stimoli venne lanciato l’anno scorso: energia a basso prezzo, euro svalutato, 80 miliardi mensili di QE, e la fine dell’austerità fiscale.

Nonostante tutto questo, tutto quello che l’eurozona è riuscita a produrre è una crescita dello 0,3% a trimestre. La Francia e l’Italia hanno addirittura rallentato fino a fermarsi.

Il tasso di cambio ponderato dell’euro è salito del 7% da quando è partito il programma QE, e ha continuato a salire perfino quando la BCE ha tagliato i tassi di interesse a -0,4%.

“L’euro è decisamente più forte di quanto desidererebbero, e più forte di quanto l’economia non si meriterebbe, ma non sanno come fare a indebolirlo. E’ esattamente quanto accade ai Giapponesi” ha detto Hans Redeker, capo delle valute di Morgan Stanley.

Il signor Redeker ha detto che il surplus di partite correnti dell’eurozona – attualmente a 350 miliardi di euro, ossia il 3,3% del PIL – sta alimentando la dinamica deflazionistica. Dal momento che le banche europee stanno facendo dimagrire il propri bilanci e rimpatriando soldi per ottemperare alle regole sul capitale proprio, non riescono a riciclare all’estero il surplus dell’eurozona. Questo sta creando una tendenza cronica al rafforzamento della valuta.

(Detto in termini più chiari, è molto difficile tenere per lungo tempo una valuta a bassi livelli se si è imposto come modello quello tedesco basato sull’export, che comporta che la propria valuta sia molto domandata sui mercati internazionali ndVdE).

Il lavoro del Fondo Monetario Internazionale mostra che la “bassa inflazione” – anche in assenza di deflazione – porta una serie di patologie debilitanti. Essa frena la crescita del PIL nominale e rende difficile gestire alti rapporti tra debito e PIL.

In teoria, il signor Draghi potrebbe ricorrere a misure perfino più drastiche, ma le portate sono limitate e sa di muoversi in un terreno minato. La fiducia pubblica nella BCE è crollata in molti paesi e il clima in Germania è molto peggiorato. La lobby dei banchieri e degli assicuratori tedeschi ha accusato la BCE di distruggere il loro modello di business con i tassi di interesse negativi.

Il capo economista di Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, ha detto che la BCE ha travalicato il limite dei rendimenti decrescenti, e che essa stessa rappresenta ormai una minaccia per l’eurozona. “I banchieri centrali possono perdersi per strada. Quando questo succede, i loro errori possono rivelarsi catastrofici. Dopo 7 anni di politica monetaria sempre più accomodante, ci sono ormai sempre più evidenze che continuare a seguire i dogmi attuali mette a rischio la stabilità dell’eurozona a lungo termine”, ha dichiarato.

L’accusa a Draghi è ingenerosa. I grandi errori macroeconomici sono stati commessi tra il 2010 e il 2012 quando venne imposta una drastica austerità e un prematuro innalzamento dei tassi di interesse, che spinse l’eurozona in una seconda recessione.

Tuttavia i funzionari della BCE ammettono che potrebbe essere stato raggiunto il “limite economico inferiore”, dove ogni vantaggio ottenuto da ulteriori stimoli risulta inferiore agli effetti collaterali dannosi.

La rete della BCE sta esaurendo gli asset da acquistare, dal momento che può comprare solo in proporzione alla taglia di ciascuna economia, dovendo evitare l’accusa di “salvataggio” degli stati insolventi.

L’eurozona sembra ormai priva di una politica attiva. Sta semplicemente guadagnando tempo, ormai in balia di forze esterne. Il pericolo è che le prossime difficoltà a livello globale possano colpire prima che l’area valutaria sia riuscita ad uscire dall’attuale affanno e prima che abbia potuto ricostituire qualche difesa contro uno shock deflazionistico. Il signor Draghi non sarà più in grado di salvarla di nuovo.

È ancora presto per dire addio al TTIP

Tra la fumata nera dei negoziati e le esortazioni alla globalizzazione dei mercati, c'è davvero da crederci che stia andando in scena la fine del TTIP?



Stando alle recenti dichiarazioni del vice-cancelliere e ministro dell’economia tedesca, Sigmar Gabriel, il TTIP, il gigantesco accordo commerciale tra Stati Uniti ed Europa, sembra essere fallito.

TTIP: cos’è?


Prima di entrare nel merito della questione però, facciamo un rapido riassunto per i non addetti ai lavori. Il “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP, per l’appunto), è un trattato di libero scambio avviato nel 2013 che vede coinvolti i 50 Stati facenti parte degli USA e i 28 (presto 27) Stati membri dell’Unione europea.

Quello del TTIP è un accordo volto ad aprire una zona di libero scambio nei settori delle merci, dei servizi, degli investimenti e appalti pubblici. Allo stesso tempo pone le basi per regole globali abbattendo le barriere (tariffarie e non). Inoltre armonizza e semplifica le norme tecniche differenti delle parti in causa.
Le difficoltà del TTIP
Sin dagli inizi della negoziazione, il Trattato Transatlantico non ha mai avuto vita facile. Dapprima criticato per la poca pubblicità e trasparenza, è stato poi accusato di favorire unicamente gli interessi delle grandi imprese di entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma l’ostacolo più grande è rappresentato dalle differenze, spesso molto accentuate, fra la normativa europea e quella statunitense. Negli States, infatti, può essere messo in vendita ciascun bene – a meno che non venga dimostrata scientificamente una certa nocività; in Europa, invece, avviene l’esatto contrario: prima della commercializzazione bisogna provare che la merce che si vuol introdurre sul mercato è inoffensiva, secondo il c.d. principio di precauzione (art. 191 TFUE).
Il duro colpo del BREXIT
Ad aggravare una situazione già abbastanza critica, ha contribuito, successivamente, l’esito del referendum sulla Brexit. Il Regno Unito, infatti, è sempre stato uno dei più convinti sostenitori del TTIP nelle file dell’UE, a differenza di altri Stati, su tutti la Francia, mai persuasa appieno dei vantaggi europei del partenariato.
Proprio in questi giorni, infatti, a seguito delle dichiarazioni del vice-cancelliere tedesco Gabriel, hanno fatto eco le parole del viceministro del commercio estero, Matthias Fekl, che ha annunciato il venir meno del sostegno politico della Francia al negoziato. Il francese come motivazione ha addotto il fatto che gli accordi sarebbero eccessivamente sbilanciati in favore delle posizioni statunitensi.
Anche Oltreoceano si è discusso sull’opportunità di proseguire i negoziati sul TTIP (e il loro eventuale orientamento). In particolare Donald Trump e Hillary Clinton, i due candidati alle elezioni presidenziali di Novembre, hanno affrontato questa tematica per richiamare l’attenzione dell’elettorato americano. Il repubblicano Trump ha ribadito una netta contrarietà all’accordo, viceversa la Clinton ha prudentemente rivisto la sua posizione, consapevole dell’esigenza di raccogliere consensi tra gli elettori dell’ala più a sinistra del suo partito. Lo stesso Sanders si è detto critico sulla partnership euro-americana.
Davanti a uno scenario così complicato, poco o nulla possono le rassicurazioni venute dalla Commissione europea e della Merkel, che hanno assicurato come le trattative transatlantiche stiano proseguendo. Mai come in questo momento il consenso della Cancelliera tedesca in Germania è ai minimi, e il dissenso manifestato dal leader del partito socialdemocratico tedesco ha un peso politico rilevante. Difficilmente si potrà procedere alla conclusione dell’accordo con il parere contrario del ministro dell’economia della più importante potenza economica europea.
Le cose non sembrano destinate a cambiare nemmeno tramite l’intercessione italiana. Sebbene il ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, si sia detto fiducioso sulla conclusione positiva del Trattato, difficilmente l’Italia, relegata ai margini dell’Unione, potrà influire concretamente sull’esito dell’accordo.
Il CETA passato sotto silenzio
Pericolo scampato, dunque? Non ancora. Non c’è solo il TTIP ad occupare il tavolo della Commissione europea, ma anche il CETA, l’accordo commerciale tra Canada e Unione europea.
Il negoziato sul CETA (Comprehensive Economic & Trade Agreement), anche se i cittadini europei non ne sono stati informati, è stato già chiuso nel 2014, e la sua entrata in vigore era prevista per il 2017. Tuttavia, a causa della sua natura di accordo misto, necessita non solo dell’approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo, ma anche di quella dei singoli Parlamenti nazionali, come stabilito dal Trattato di Lisbona. Ciò comporterà un inevitabile ritardo sulla tabella di marcia per la data di entrata in vigore, e soprattutto la possibilità che la mancata ratifica di uno dei 27 Parlamenti nazionali possa bloccare definitivamente la partnership tra Unione europea e Canada.
Esattamente come per il TTIP, anche il CETA vede contrapposti due fronti: i feticisti del mercato contro coloro i quali si battono per la tutela della salute e delle produzioni locali.Entrambi i trattati riguardano merci, occupazione, sviluppo economico.  Il pericolo è dunque lo stesso: molte aziende Usa, infatti, oggi operano in Canada, e l’eventuale entrata in vigore del CETA, permetterebbe loro di bypassare il TTIP, ottenendo i medesimi effetti che avrebbero con l’approvazione del Trattato euro-americano. In pratica, rischieremmo di ritrovarci l’Europa, e di conseguenza l’Italia, invasa da prodotti Ogm (il Canada è uno dei primi 5 produttori di colture Ogm al mondo) tra cui la celebre “mela che non imbrunisce mai”, prodotta proprio da una azienda canadese, e già in commercio negli States, circostanza che condurrà ad una inevitabile corsa al ribasso in termini di qualità, sicurezza e diritti.
Mauro Gagliardi

Italia a crescita zero, cialtronate a crescita 1000




L'Italia è la terza potenza economica dell’area Euro, o almeno questo è quello che ci dicono. Ed effettivamente è vero, lo siamo o, per meglio dire, dovremmo esserlo. Il condizionale è d’obbligo, viste le nuove stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per il Belpaese, che non vedono un ritorno a livelli pre-crisi prima del prossimo decennio, in assenza di riforme strutturali adeguate. Ad esse si aggiungono le correzioni al ribasso degli outlook annuali di crescita, al di sotto dell’1% per quest’anno e “attorno” all’1% per il 2017. Oltre alle stime del FMI, sono anche stati resi noti i nuovi dati trimestrali del PIL per i paesi dell’Eurozona; nel secondo trimestre 2016, l’Italia è la peggiore di tutta la zona, mentre su base annua siamo terzi dopo la Grecia e l’Estonia.

Insomma, un bel record per il governo Renzi e sopratutto per il Tesoro, il quale afferma che il dato immobile del PIL “…dipende da fenomeni come la minaccia del terrorismo, la crisi dei migranti e la Brexit…”. Di cialtronate se ne sentono parecchie, ma quella della Brexit è qualcosa di incredibile, e il motivo è semplice: i dati del secondo trimestre vanno da aprile a giugno dell’anno in corso, e il referendum per la Brexit è avvenuto – ricordate un po’ – il 23 Giugno. Ebbene si, quei sette giorni di Giugno hanno contribuito alla crescita 0 del PIL Italiano e di un +0,6%, invece, per la Gran Bretagna. Non trovate sia un po’ troppo paradossale?

Per quanto riguarda la questione migranti, negli ultimi mesi sono arrivate dal governo affermazioni del tipo: “i migranti porteranno un aumento del PIL, perché aumentano la spesa pubblica”. A parte il fatto che si tratterebbe di spesa pubblica inutile, dato che questi qui più che pagarci le pensioni dai loro alberghi non fanno; adesso dal Governo ammettono che anch’essi sono causa della decrescita del nostro paese. Crediamo che per il PD fare pace col cervello sarebbe cosa buona e giusta.

La minaccia del terrorismo, invece, sempre qualche mese fa, non era un problema collegabile all’immigrazione, perché “i terroristi non arrivano con i barconi”. Chissà adesso cosa si inventeranno, dopo il ritrovamento di documenti a Sirte che affermano l’esatto opposto.

Ad ogni modo, quest’ultima era solamente una riflessione personale; il dato di fatto, invece, è che la minaccia terrorismo non è un deterrente al PIL, visto che nel secondo trimestre in Italia i dati sul turismo degli stranieri sono tutti positivi e maggiori rispetto ad altri paesi dell’Eurozona.

FMI: L’EURO È TROPPO FORTE DEL 6% PER LA FRANCIA E TROPPO DEBOLE DEL 15% PER LA GERMANIA


Il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato quello che dovrebbe essere il valore dell'Euro, se corrispondesse alle caratteristiche di ciascun sistema economico dell'Eurozona. E' nettamente sopravvalutato per la Francia e nettamente sottovalutato per la Germania. 

Per la Francia, il tasso di cambio attuale dell’euro è superiore di circa il 6% rispetto a quello che dovrebbe essere per risultare adatto alle caratteristiche economiche dell’Esagono, in particolare la competitività un po’ “esile”, come la corporatura di Stan Laurel. Ed è esattamente l’opposto di quello che avviene per la Germania, per la quale l’euro è sottovalutato di circa il 15%. In altre parole, se le due prime economie dell’Unione monetaria europea tornassero indipendenti, il franco “posteuro” dovrebbe essere svalutato di circa il 20% rispetto al marco “posteuro”.

Lo studio in cui sono presenti le seguenti cifre è l'External Sector Report 2016 del Fondo Monetario Internazionale, di cui alleghiamo il link a fine articolo, in cui è evidente la preoccupazione dello stesso FMI sono gli squilibri esterni delle economie nazionali:  il mondo può essere diviso in due: da un lato i paesi con surplus esterni, a volte enormi; dall’altro, quelli che registrano un deficit nella loro bilancia dei pagamenti, spesso altrettanto significativo. A partire da questo, il FMI esamina le variazioni dei tassi di cambio che sarebbero necessarie per riequilibrare i conti di ogni nazione. In altre parole, una svalutazione i per i paesi in deficit, e al contrario una rivalutazione per le economie in surplus.

Mentre la Germania nel corso degli ultimi dodici mesi ha avuto un surplus della bilancia dei pagamenti di 306 miliardi (8,5% del PIL), richiamata più volte da Bruxelles a rientrare nei parametri del 7% previsti dalle regole europee, la Francia ha avuto 21 miliardi di deficit (0,7% del PIL). Oltre a queste disparità finanziarie nei conti con l’estero, anche le disparità nei tassi di disoccupazione e di crescita gioca a favore della necessità di una variazione del tasso di cambio tra Francia e Germania. Solo che, naturalmente, questo è impossibile a causa dell’esistenza dell’euro, che si dimostra più che mai un letto di Procuste.

Chiaramente lo studio del FMI e le implicazioni per i tassi di cambio che ne derivano rimane sostanzialmente teorico. Ma è comunque una guida utile. “In un mondo in cui ci si fa a pezzi sul libero scambio e le pratiche valutarie sleali, il rapporto sui conti con l’estero del Fondo monetario internazionale è fatto per attirare l’attenzione, perché si tratta di un quadro analitico per i responsabili politici”, ha detto Alan Ruskin, stratega macroeconomico di Deutsche Bank.

Bisogna ricordare anche che il Tesoro USA, da parte sua, pubblica ogni anno uno studio simile a quello del Fondo monetario internazionale, ma inquadrato solo dal punto di vista dell’economia degli Stati Uniti. Il suo scopo dichiarato è quello di stigmatizzare i paesi, compresa la Cina, rispetto ai quali gli Stati Uniti registrano un deficit commerciale giudicato eccessivo. Il Tesoro francese dovrebbe fare lo stesso? Sarebbe molto utile a capire meglio le difficoltà dell’economia francese. A rischio, si intende, di mandare in crisi di coppia Francia e Germania, gli “Stanlio e Ollio” dell’economia europea.


UE approva l'importazione di soia Monsanto geneticamente modificata


La Commissione europea ha approvato l'importazione e la trasformazione dei nuovi semi di soia Roundup Ready 2 Xtend della Monsanto, dopo alcuni finti dibattiti sulla sicurezza del diserbante che ha finto di ritardare l'introduzione di altre varietà di soia OGM.


"Oggi la Commissione ha autorizzato tre OGM per uso alimentare/umano (soia MON 87.708 x MON 89788, soia MON 87.705 x MON 89788 e soia FG 72), ognuno dei quali sono passati attraverso una rapida valutazione scientifica favorevole da parte delle lobbies del settore", recita così il Comunicato della Commissione Europea. Dopo l'approvazione gli OGM, già utilizzati per alimentare gli animali, serviranno l'alimentazione umana su larga scala in Europa.

L'UE ha garantito che "tutti i numerosi prodotti derivati da tali organismi geneticamente modificati non portano malattie gravi o genetiche."
La soia biotech Roundup Ready 2 Xtend è resistente agli erbicidi glifosati e al Dicamba Monsanto: questa nuova varietà di soia biotech entra nei mercati europei secondo il piano della Corporazione, che potrà dare il via alle importazioni prima di agosto, data di inizio della raccolta.

È l'ennesimo trionfo delle lobbies, sostenute da tutte le forze politiche nell'€Uroparlamento.




Referendum Unione Europea in Gran Bretagna: il mattino ha il Brexit in bocca


Ora i risultati sono ufficiali: il popolo inglese ha scelto di non sottostare più ai diktat europei, votando in maggioranza per il Leave (=lasciare) l'Unione Europea, con buona pace dei buonisti, europeisti e paladini della democrazia (quando gli pare a loro), che vedono in questo risultato il ritorno della famose piaghe d'Egitto (uccisione primogeniti maschi, invasione delle cavallette ecc.) Al di là delle battute, cosa prevedeva il Referendum? Innanzitutto cominciamo col dire che questo era un Referendum sull'Unione Europea e non sull'Euro, dato che la moneta della Gran Bretagna è la sterlina. Quindi la Gran Bretagna è già uno Stato Sovrano, dotato di una sua Banca Centrale che ne coordina la politica monetaria. 

La sua politica fiscale, è gestita dal Governo, ma tuttavia deve comunque sottostare alle regole del Trattato di Maastricht del 3%, cosa che agli inglesi non sta bene, dal momento in cui, sforando questo parametro, sono oggetto delle famose procedure per deficit eccessivi, che prevede multe per chi sfora il tetto del 3%. Inoltre gli inglesi rifiutano il Fiscal Compact, reo di bloccare la crescita economica (i dati sulla crescita economica danno ragione ai britannici) e soprattutto non accettano le politiche europee riguardanti l'immigrazione. Questi sono i principali motivi del malcontento inglese. 

L'uscita dall'Unione Europea è contemplata dall'articolo 50 del Trattato di Lisbona, rimasto fino ad ora inutilizzato. Ma la riunione del vertice Ue di martedì e mercoledì prossimi potrebbe essere la prima occasione per Cameron di attivare l'articolo 50. Prima di quel vertice a 28 ci sarà una "riunione informale a 27" per "una riflessione", ha annunciato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. 

Adesso occorre però fare un'analisi, a prescindere dal fatto di sostenere il Brexit o il Bremain: questa Europa va cambiata. L'Europa non può essere soltanto vincoli. L'Europa non può essere soltanto politiche economiche che distruggono l'armonia, la pace e la prosperità dei popoli e dei suoi figli. L'Europa non può essere soltanto la paladina delle banche. L'Europa deve essere in grado di pensare e tutelare i suoi popoli, garantendo loro tutto il necessario, senza essere un cappio per le economie e dove tutti gli Stati contino allo stesso modo, senza egemonie da parte di qualcuno. Altrimenti se la situazione rimarrà questa, allora è meglio dirci addio. 

Il fondo monetario internazionale da cos’era a cos’è



La maggior parte delle persone conosce il fondo monetario internazionale o IMF, in inglese, una delle più prestigiose istituzioni economiche internazionali, nata con determinati fini ma tramuti in altri lungo il corso del tempo.


Partiamo dal principio, il fondo monetario internazionale nacque con lo specifico compito, insieme alla banca mondiale, di aiutare e promuovere la crescita economica mondiale.

Il fondo monetario venne fondato all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, formalmente il 27 dicembre 1945, formalmente perché già nel 1944 negli accordi di Bretton Woods si erano gettate le basi su cui doveva fondarsi.

Fin dal suo concepimento l’FMI non ebbe vita facile, nel momento della sua costituzione si fronteggiarono due opposti stili di interpretazione, uno capeggiato dall’ economista inglese Keynes, il quale proponeva l’Fmi come una specie di fondo mutualistico che servisse ai paesi facenti parte come un sistema dove attingere per scongiurare crisi come quella degli anni venti.

L’altra prospettiva era formalizzata dagli Stati Uniti i quali immaginavano il fondo monetario come una banca, in quanto i paesi che avessero attinto dai prestiti del fondo monetario li avrebbero dovuto restituire nel tempo con interessi calcolati pre-contrattualizzati.

Ovviamente la visione vincente fu quella statunitense, ovviamente nel 1944-1945 i rapporti di gioco-forza erano dominati dagli U.S.A.

Il lavoro svolto dall’ FMI fino al 1980 fu abbastanza marginale, il vero duro lavoro di stabilizzazione si ebbe soltanto nei due shock petroliferi 1973 e 1979.

Dopo il 1979 si ebbe la vera svolta, con Ronald Regan e le sue idee neoliberiste cambiarono la concezione dell’intera parte occidentale del pianeta e con esse anche la governance delle istituzioni internazionali.

La deregolamentazione dei mercati finanziari cominciò a fare i suoi primi danni già nel 1987 con il famoso “lunedì nero”, ma quello era solo l’inizio.

Il vero assaggio di cambio di politiche monetarie e fiscali del fondo monetario si sono viste nella crisi valutaria del Messico nel 1994, trovatosi in una fase speculativa il Messico, all’epoca il pesos perse il 100% del valore nell’arco di qualche mese, fu costretto ad invocare l’aiuto finanziario dell’FMI.

Qui cominciarono i primi veri accenni di quello che poi sarà applicato per ogni paese che accetti l’aiuto monetario, in cambio degli aiuti che l’Fmi concesse al Messico, al governo messicano venne suggerita un’agenda di riforme che avrebbe dovuto attuare in cambio del salvataggio, ovviamente l’agenda come tutti già immaginate fu “un’agenda di lacrime e sangue”, vi ricorda qualcosa?

L’impostazione è sostanzialmente una: taglio della spesa pubblica, innalzamento de tassi d’interesse e manovra principe di tutto questo la distruzione della domanda interna per il riallineamento della bilancia commerciale con l’estero.

Ovviamente queste manovre in una fase di recessione non sono molto intelligenti, la distruzione della domanda interna, con l’innalzamento dei tassi d’interesse fa tecnicamente sprofondare il paese in deflazione, cosa che non fa comodo al paese debitore ma fa molto comodo al credito cioè FMI (U.S.A.).

La concomitanza vuole che nel momento in cui il Messico chiese gli aiuti finanziari, di ratificò anche il NAFTA.

Continuando a scorrere la storia incontriamo un’altra crisi trattata in maniera non proprio impeccabile dall’FMI, la crisi delle tigri asiatiche del 1997.

Questa crisi fu innescata dalla speculazione sui titoli dot com, i titoli speculativi informatici, ovviamente la speculazione ebbe luogo negli States, ma a farne le conseguenze furono altri.

Anche qui i paesi che accettarono i parametri fiscali e valutari, ma ovviamente la distruzione della domanda interna di un paese comporta anche la diminuzione delle esportazioni del paese vicino, ebbene si di solito si commercia con chi ti sta vicino non con chi ti sta lontano.

La spinta sui tassi d’interesse al rialzo provocò come in Messico un afflusso di capitali che ovviamente per poterli mantenere i governi avrebbero dovuto richiede il soccorso dell’FMI, tutto questo ha generato nell’area asiatica per circa un decennio, ed alcuni stati lo vivono tutt’ora un impoverimento constante delle condizioni di vita della popolazione.

Venne poi il momento della crisi russa del 1997, una crisi innescata da vari fattori, i principali sono stati: 1) transizione da un’economia pianificata a un’economia di mercato; 2) crisi asiatica, vista poco fa; 3) crollo del prezzo del petrolio;

la crisi russa fu un mix di fattori, il crollo del prezzo del greggio, con un forte disavanzo commerciale, legato a una transizione economica, fece sì che anche la Russia si dovette piegare al volere dell’FMI in cambio di politiche fiscali e valutarie volte a tutelare i creditori e non coloro che beneficiavano degli aiuti, i quali comunque non finivano nell’economia reale ma servivano solo a far s’ che le banche indebitate non fallissero, come nelle altre crisi viste precedentemente, non un solo dollaro è finito nell’economia reale.

A seguito della crisi russa nel 1998 ci fu la crisi del Brasile, questa come quelle argentina che vedremo dopo partono dal presupposto dell’aggancio di una moneta su una più forte, in questo caso il dollaro statunitense.

Fino al 1998 il Real brasiliano era dichiarato fisso con la valuta statunitense, ma un cambio fisso protratto nel tempo non è mai una cosa saggia, i forti squilibri di finanza pubblica, ingenti afflussi di capitali dall’ estero combinarono la crisi brasiliana in una delle più profonde che investirono il Brasile in tutta la sua storia.

Come avrete già capito la storia si ripete e anche il Brasile accettò i duri parametri imposti dall’ FMI, la storia già si conosce, quindi innalzamento dei tassi d’interesse, protezione per i creditori e via discorrendo, ovviamente tutto questo a spese della collettività.

La crisi più emblematica dei primi anni 2000 è sicuramente la crisi dell’Argentina.

Fino a quel momento l’Argentina era portata come esempio mondiale dall’ FMI come “il miglior alunno della classe”, in quanto avevano una parità fissa col dollaro statunitense, stavano tagliando gran parte della spesa pubblica, ma c’era un grande problema, la deflazione, associata a un debito elevato ha fatto si che nel 2001 in Argentina si scatenò la corsa agli sportelli, ma perché è successo questo?

La risposta è abbastanza semplice, la restituzione del debito sovrano elevato in presenza di deflazione, tassi d’interesse elevati e soprattutto con cambio fisso, portano un onere del debito insostenibile nel lungo periodo, essendo che la parità sul dollaro persisteva già da due decenni, ma il crollo del brasile, quindi con annessa svalutazione del real, abbinata a una rivalutazione del dollaro, fecero sì che l’Argentina non poté più sostenere quella situazione, la storia poi la conosciamo tutti.

Queste sono state le principali crisi trattate dall’FMI dopo la sua riforma del 1980, molte voci da li in avanti si sono scagliati contro il fondo monetario, da Stiglitz a Sen, passando per Piketty, molto recente è la critica di Stiglitz contro le istituzioni internazionali sulla nuova crisi argentina del 2013, in quale questi organismi si sono preoccupati più di salvaguardare i “fondi avvoltoi” rispetto al benessere collettivo.

Quindi l’FMI da prestatore di ultima istanza, quale era il suo ruolo per cui fu concepito, è diventato palesemente il braccio armato del Tesoro degli Stati Uniti, il mezzo con cui piegare e modellare il mondo secondo la logica distorta e malata di capitalismo selvaggio e senza limiti.

Quindi la domanda sorge spontanea, ma tutte queste organizzazioni sovranazionali che professano di difendere la libertà dei popoli (ma in realtà la libertà è solo dei capitali finanziari), sono così necessari come ci propinano tutti i santi giorni o l’umanità potrebbe anche stare meglio senza di loro? Questa è una domanda a cui ognuno di noi dovrebbe pensare. 

FISCAL COMPACT: VE NE ERAVATE DIMENTICATI PER CASO?

Fiscal Compact cappio economie europee

Il Ministro dell’Economia italiano Pierluigi Padoan ha presentato, nel mese di Aprile, il DEF (Documento di Economia e Finanza) nel quale si afferma che il pareggio di bilancio in termini strutturali (ossia corretti per il ciclo economico) viene ulteriormente rimandato al 2019 (in precedenza era già stato rimandato al 2017). Il pareggio di bilancio, previsto dal famoso trattato sulla stabilità, coordinamento e governance dell’Unione Europea, più conosciuto con il nome di Fiscal Compact e che l’Italia ha inserito in Costituzione per accedere ai finanziamenti del Fondo Salva Stati, è stato rimandato per la terza volta consecutiva e ciò dovrebbe far intuire come il pareggio di bilancio sia davvero un freno per le economie, che hanno bisogno di spendere per effettuare investimenti e stimolare la crescita economica mediante politiche anticicliche. Ma cosa prevede esattamente il Fiscal Compact? Il seguente trattato consta di 16 articoli, ma i suoi punti salienti sono:


  1. I bilanci pubblici devono essere in equilibrio, o meglio ancora positivi al netto del ciclo economico. Il deficit strutturale non deve superare lo 0,5% del PIL, condizione più conosciuta come la Golden Rule del Fiscal Compact, mentre per i Paesi il cui debito è inferiore al 60% del PIL, non deve superare l'1%. L’altro punto è la riduzione del rapporto Debito/PIL di un 1/20 della distanza fra il suo livello effettivo e la soglia del 60%; 
  2. Ogni Stato garantisce correzioni automatiche qualora non raggiungesse gli obiettivi di bilancio concordati ed è obbligato ad agire con scadenze determinate;
  3. La nuova regole devono essere inserite nella legislazione nazionale, magari di tipo costituzionale. Alcuni Stati hanno evidenziato che questo avrebbe richiesto un referendum; dunque è stato deciso di non rendere obbligatoria questo suggerimento: sono ritenute sufficienti altri tipi di garanzie;
  4. La Corte europea di giustizia verificherà che i Paesi che hanno adottato il trattato lo abbiano trasposto nelle leggi nazionali. In caso contrario, uno Stato può essere deferito alla Corte dagli altri e incorrere in una sanzione pari allo 0,1% del PIL;
  5. Il deficit pubblico dovrà essere mantenuto al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal PSC e in caso contrario scatteranno sanzioni automatiche;
  6. Ci saranno almeno due vertici all'anno dei 17 leader dei Paesi che adottano l'euro, con gli altri Paesi invitati almeno a uno dei due;
  7. Il trattato intergovernativo entrerà in vigore quando sarà stato ratificato da almeno 12 dei Paesi interessati.

Come si mette in pratica tutto ciò? Prendiamo in considerazione il primo punto saliente che afferma: “I bilanci pubblici devono essere in equilibrio, o meglio ancora positivi al netto del ciclo economico. Il deficit strutturale non deve superare lo 0,5% del PIL… l’altro punto è la riduzione del rapporto Debito/PIL di un 1/20 della distanza fra il suo livello effettivo e la soglia del 60%”

Prendiamo in considerazione il valore del rapporto Debito/PIL italiano, che attualmente è del 132,7% (Fonte: Eurostat, 2015). Attraverso una banale sottrazione potremmo calcolare: 132,7 – 60 = 72.7 e dividendo questo risultato per 1/20 avremmo come risultato 3,635. Per rispettare il primo punto di bilancio, il rapporto Debito/PIL italiano dovrebbe scendere di 3,635 punti percentuali all’anno. Al momento, date le politiche scellerate di austerità, sarebbe più facile trovare il fuoco in un ghiacciaio. 

Tuttavia, per ridurre tale rapporto, non basta soltanto colpire il debito pubblico, in un’economia sovrana, ad esempio l’Italia pre-euro, non costituiva un problema, dato che la Banca d’italia, fino al divorzio del 1981 dal Ministero del Tesoro, si indebitava, passateci il termine, “fittizziamente” dal momento in cui era lo Stato che si indebitava con se stesso.

Al giorno d’oggi, ci si indebita con grandi colossi bancari (molti dei quali sono di natura speculativa e non commerciale), e pertanto avere un debito molto alto può essere un problema; tuttavia Wolfgang Munchau, noto giornalista del Financial Times, protagonista di molti dibattiti in chiave anti-austerità, espone già da tempo una tesi molto interessante: “Il debito non è altro che il credito di un altro e annullare questo meccanismo, distruggendo il modo di spendere dello stato, ossia facendo debito, rischierebbe di creare un’ulteriore recessione mondiale che sarebbe in grado di autoperpetuarsi. Il valore del debito da considerare pertanto, non è il valore assoluto, ma il rapporto Debito/PIL, che ne misura la sua sostenibilità nel lungo periodo. Concentriamoci sul rapporto Debito/PIL, rendiamo il debito più sostenibile”.  

Ma per far sì che il PIL aumenti, occorre spendere a deficit (ma lo Stato ora non può più farlo, se non nei limiti previsti dal punto 1 del Trattato); anzi, qualora lo Stato “sgarri” sono previste sanzioni consistenti in depositi fruttiferi che variano dallo 0,1 allo 0,5% del PIL (a seconda di quanto sia il valore del Deficit/PIL da correggere, come da tabella: 

Sanzioni per i deficit eccessivi


Questi depositi fruttiferi, a due anni dalla prima sanzione, saranno convertiti in multa qualora lo Stato ammonito non dovesse rientrare nei valori previsti (PUNTO 2 e 5). Ma ora analizziamo un altro punto importante: l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, tanto voluto dalla Germania della Merkel, convincendo gli stati più restii permettendo loro di accedere al cosiddetto Fondo Salva Stati (Meccanismo Europeo di Stabilità), dall’alto del suo ruolo di maggior contribuente al Meccanismo europeo di Stabilità. Ma cos’è? E’ un fondo europeo che si prefigge come obiettivo quello della stabilità finanziaria dell’area euro e che dovrebbe scoraggiare la speculazione internazionale. Qual è il problema? Il problema è che eroga denaro sotto specifiche condizioni di politica economica, erodendo (per non dire annullare) la sovranità nazionale dello Stato richiedente (PUNTO 5). 

Detto questo, signore e signori… benvenuti all’inferno. 

                                                        VIS SAPIENTIA