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Approvato il CETA: un altro disastro di una globalizzazione mal governata dall’Europa




Come avevamo ipotizzato in un articolo dello scorso settembre alla fine è stato approvato dal Parlamento europeo il CETA, l’accordo commerciale tra Canada e Unione europea. A nulla sono valse, quindi, le oltre tre milioni di firme raccolte per fermare il “Comprehensive Ecomic Trade Agreement”, avallato a larga maggioranza degli eurodeputati con i voti italiani di Forza Italia e del Partito Democratico lo scorso 15 febbraio.

L’accordo di libero scambio ha come obiettivo quello di abbattere tutte le barriere doganali e regolamentari fra i ventisette Stati europei e lo Stato canadese, permettendo così alle grandi multinazionali d’oltreoceano di entrare nel mercato europeo. Tuttavia, a causa della sua natura di accordo misto, la sua entrata in vigore è solo provvisoria, necessitando altresì della ratifica dei singoli Parlamenti nazionali, ai sensi di quanto stabilito dal Trattato di Lisbona. La mancata approvazione anche di uno solo di questi, potrebbe bloccare definitivamente la partnership tra Unione europea e Canada.

Il Commissario Ue al commercio Cecilia Malmström ha definito l’accordo come “un’intesa che va ben oltre il commercio e rispecchia anche i nostri valori”, mentre il ministro italiano dello Sviluppo economico Carlo Calenda si è sbilanciato in un pronostico prevedendo “numerosi e importantissimi vantaggi per il nostro Paese”. Dal canto suo, il premier canadese Justin Trudeau è giunto appositamente a Strasburgo nel giorno della votazione quasi a voler sottolineare l’importanza della collaborazione, rassicurando tutti sulla bontà del partenariato.
CETA: Cavallo di Troia dei neoliberisti

Il CETA sembra voler rappresentare la risposta delle economie liberali alle politiche protezioniste del neo-presidente americano Donald J. Trump che, dalla sua elezione, ha già ritirato il TPP (l’accordo commerciale trans-Pacifico), stabilendo che il TTIP non andrà in porto, e richiedendo di riformare il NAFTA (l’intesa nordamericana per il libero scambio). Anzi, a ben vedere, permette a diverse multinazionali scontente delle politiche del nuovo presidente Usa di bypassare gli accordi succitati.

Molte aziende a stelle e strisce, infatti, oggi operano e hanno sede in Canada, e l’entrata in vigore del CETA consente loro di ottenere i medesimi vantaggi che avrebbero tratto dall’approvazione del Trattato euro-americano (TTIP).
Una pericolosa cessione di sovranità in campo giuridico

In questi giorni la stampa e l’informazione mainstream si stanno soffermando sui (pochi) sedicenti vantaggi dell’accordo di libero scambio fra Ue e Canada, omettendo troppo spesso l’altra faccia della medaglia.

Quello che non dicono è che il CETA costituisce l’ennesima cessione di sovranità degli Stati, questa volta giudiziaria: infatti, analogamente a quanto previsto dal TTIP, le aziende canadesi potranno citare davanti a tribunali arbitrali indipendenti (composti da 15 arbitri, 5 scelti dalla Ue, 5 dall’azienda e 5 da Paesi terzi) gli Stati (o le regioni) dell’Unione europea “colpevoli” di introdurre ostacoli al commercio o norme giudicate “discriminanti” nei confronti degli esportatori canadesi che, a loro dire, possano intralciare i propri business.

Sicché anche per una semplice norma sull’etichettatura d’origine potrà essere ben sollevato un giudizio di fronte alla Corte, facendo prevalere l’interesse delle multinazionali rispetto a quello dei cittadini alla tutela della salute e delle produzioni locali. Inoltre, non sono esenti da conseguenze tantomeno i singoli Stati: basti pensare che grazie a una simile clausola a suo tempo inserita nell’accordo NAFTA, il solo Canada ha dovuto versare a gruppi privati statunitensi 170 milioni dollari a titolo di risarcimenti danni, con spese legali ulteriori per circa 65 milioni.
Crolla un pilastro giuridico dell’Unione Europea

Proseguendo l’analisi da un punto di vista giuridico, con il nuovo accordo verrebbe meno anche uno dei pilastri dell’Unione in tema di sicurezza alimentare, vale a dire quel principio di precauzione (art. 191 TFUE) che consente la commercializzazione solo dopo aver fugato ogni dubbio sulla potenziale pericolosità della merce.

Oltreoceano la procedura è diversa: a meno che non venga dimostrata scientificamente (e non potenzialmente) una certa nocività, ciascun bene può essere messo in vendita. Se ne conclude agevolmente che sarà inevitabile un abbassamento degli standard dal punto di vista di tutela della sicurezza e della salute, poiché sarà l’aspetto economico e commerciale a prevalere.
Così l’agroalimentare italiano è a rischio

Per quanto riguarda specificatamente il made in Italy, la partnership commerciale fra Canada e l’Unione riconoscerà e tutelerà solamente 41 rispetto al totale di 291 prodotti DOP, IGP e SGT italiani.

Tra i prodotti compresi nel CETA annoveriamo l’arancia rossa di Sicilia, il cappero di Pantelleria, il kiwi di Latina, la lenticchia di Castelluccio di Norcia, la mela dell’Alto Adige, la pesca e nettarina di Romagna, il pomodoro di Pachino e il radicchio rosso di Treviso; mentre tra quelli lasciati fuori fa rumore l’esclusione eccellente del pomodoro San Marzano, particolarmente contraffatto in nord America, e diversi prodotti Dop e Igp della Puglia.

Come corrispettivo del riconoscimento canadese, sarà concessa ai “tarocchi” fatti in Nord America la libera circolazione nel Vecchio Continente, così da ritrovare insieme al Parmigiano Reggiano originale anche il Parmesan prodotto nell’Ontario, e numerose altre copie delle nostre eccellenze alimentari.
Coldiretti contraria

Proprio su questa possibilità si è espresso il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, che ha sottolineato i pochi vantaggi e i tanti rischi derivanti dall’accordo, definendo quest’ultimo come “un grande regalo alle lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità”.

I marchi delle eccellenze italiane, del resto, grazie al loro altissimo livello e all’alta garanzia di sicurezza alimentare, non necessitano di alcun trattato CETA o TTIP che sia, avendo già di loro un grande mercato e un’ampissima diffusione in tutto il Mondo.

Possiamo dunque pacificamente affermare che l’eventuale ratifica dell’intesa da parte di tutti gli Stati membri, e quindi la conseguente irreversibilità dell’accordo economico e commerciale globale, sarebbe l’ennesimo regalo alle multinazionali da parte di un sistema che, in nome del profitto, persevera nell’ignorare le preoccupazioni espresse dai cittadini preoccupati dalla crisi e della globalizzazione selvaggia.

Si continua a svilire, in modo sempre più progressivo, la sovranità degli Stati e degli organismi democraticamente eletti nei diversi Paesi.

Udo Ulfkotte e la denuncia delle menzogne occidentali

Il libro-eredità del giornalista tedesco svela la collusione fra l'informazione occidentale e i servizi segreti d'oltreoceano

 


Si è spento a 56 anni nel silenzio generale Udo Ulfkotte, giornalista tedesco da tempo tagliato fuori dalla stampa mainstream del suo Paese a causa delle sue posizioni anti Merkel e del suo libro rivelazione “Giornalisti comprati”, dove l’autore spiegava il ruolo segreto dei servizi americani nel manipolare l’informazione in Europa, specialmente in Italia e Germania, al fine di agevolare lo sviluppo delle politiche nordamericane nel Vecchio continente.
Dopo 17 anni passati in uno dei principali giornali tedesci, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, politicamente collocata su posizioni di centro-destra conservatrici e liberali, Ulfkotte è diventato scomodo al sistema quando rivela la verità sui media occidentali e su quella che appare essere una vera e propria operazione di propaganda proveniente da Washington.

Come dichiarato dallo stesso, “prima di tutto è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono che premi alla fedeltà propagandistica”, egli prosegue poi con un aneddoto personale “in occasione della  crisi libica del 2011, sono stato imbeccato dai servizi perché annunciassi sul giornale, come fosse un fatto assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche ed era pronto ad usarle contro il suo popolo inerme”. L’autore ha denunciato così la collusione fra la stampa tedesca e servizi segreti americani, volta a orientare e manipolare l’opinione pubblica a favore degli interessi statunitensi. 

Ma quale era il destino per le penne che si erano rifiutate di prendere parte a questo sistema di falsità e di mercenari professionisti dell’informazione? È presto detto: “se si trasgredisce la linea filoatlantica, le conseguenze sono altrettanto note, ovvero la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, fino alle minacce dirette e alle persecuzioni”.

Il medesimo destino è toccato anche a Ulfkotte, che, preso dai rimorsi di coscienza, ha deciso di raccontare la sua verità, consapevole delle difficoltà a cui andava incontro: il reporter ha rivelato infatti di aver subito sei perquisizioni nella sua abitazione con l'accusa di aver rivelato segreti di Stato, oltre al già noto ostracismo del mondo della carta stampata nei suoi confronti.
Nell’ultimo periodo della sua vita il giornalista ha pesantemente attaccato le politiche della Cancelliera tedesca Angela Merkel, accusandola di aver violato reiteratamente la Costituzione tedesca, in particolare riguardo le politica di accoglienza e l’opinabile gestione dei flussi migratori in Germania.

L’esperienza di Ulfkotte ci lascia in eredità l’esigenza di soppesare le notizie riportate dai giornali più “autorevoli” per tiratura e diffusione, che spesso risultano essere viziate, o addirittura, come denunciato dal giornalista tedesco, falsate.
Peggio dei complottisti che vedono massoni e scie chimiche ovunque, ci sono soltanto gli anticomplottisti di professione che se ne bevono di ogni.

Mauro Gagliardi



Bayer – Monsanto cibo per tutti?



Il 14 settembre 2016 si è concluso, con il silenzio dei media, uno degli affari più interessanti dall’ inizio degli anni duemila, la nota società farmaceutica Bayer, se non la più influente del mondo, ha acquisito per un valore di 66 miliardi di dollari la società Monsanto, leader nel settore o.g.m. e pesticidi.

Il tutto può sembrare una semplice acquisizione vista in un ambito di espansione del commercio e diversificazione del portafoglio della Bayer, ma non guardando oltre si potrebbe dire che a pensar male si fa presto, ma a volte ci si prende.

Cominciamo ad analizzare i prodotti che le due aziende producono, iniziando da Monsanto produttrice prima dei famosi semi-killer e poi se non bastasse i semi- zombie.

La differenza sostanziale tra queste due tipologie di semi è che la prima non aveva bisogno di agenti esterni, quindi prodotti chimici, per crescere, ma una volta piantati i semi la terra su cui nascevano viene completamente sterilizzata, in modo tale che per decenni non si potesse più coltivare nulla, ovviamente se si voleva coltivare bisognava riacquistare sementi targati Monsanto.

Il secondo tipo di sementi invece i così detti “semi-zombie”, hanno particolare necessità di prodotti sia per far sì che non si rovinino, parliamo di diserbanti e antibiotici, cosa strana…. Antibiotici, e chi li produce? La Bayer, quindi oltre a piantare semi o.g.m. impregnati di diserbante, il quale viene prodotto dalla stessa Monsanto e più precisamente il Roundup, ci si mettano anche antibiotici, chi non vorrebbe farsi una bella scorpacciata di questo toccasana?

Analizzando bene le politiche commerciali di queste due aziende saltano all’ occhio episodi non tanto chiari di situazioni che dovrebbero far riflettere.

Iniziando con Monsanto, l’episodio più clamoroso è stato quello in India, dove migliaia di coltivatori di cotone indiani si sono tolti la vita.

La causa sono ovviamente i semi di cotone modificati venduti, agli agricoltori indiani, come semi che avrebbero resistito a tutto, ma così non è stato, milioni di ettari di piantagioni sono andati persi a causa di un batterio che avrebbe distrutto i “potentissimi” semi-killer, portando alla rovina economica milioni di coltivatori, facendogli effettuare l’estremo gesto di suicidarsi perché troppo indebitati verso la multinazionale statunitense che gli vendette il semento.

Altra questione molto interessante da parte di Monsanto è il famoso progetto “agricoltura-tecnologia”, bene può sembrare a primo avviso una cosa abbastanza ovvia, ma non è così.

Questo progetto portato avanti da Monsanto in America latina vede la complicità, tramite un fondo speculativo, di aziende come Apple e Microsoft, leader nel settore tecnologico ma non tanto in quello alimentare.

Esaminando invece la Bayer il caso più recente è stato quello della pillola contraccettiva Yasmin, che causava forti crisi di panico e sbalzi d’umore, o in casi più forti anche trombosi, il tutto era a piena conoscenza dei ricercatori Bayer, ma hanno ugualmente immesso sul mercato un prodotto altamente pericoloso.

Il più datato e più vergognoso risale agli anni ’80. La società tedesca fu accusata di aver venduto dosi per milioni di dollari di un farmaco per emofiliaci mettendo a rischio clienti di Asia e America latina; mentre la versione più sicura della medicina era in commercio in Europa e negli Stati Uniti. Attualmente la Bayer è oggetto di numerose cause in giro per il mondo.

Il punto finale che unisce queste due aziende votate alle logiche del marcato più capitalistico possibile è sostanzialmente uno, sperimentare nei paesi in via di sviluppo o paesi sottosviluppati, come in Africa e America latina, i loro prodotti altamente tossici sia per l’uomo che per l’ambiente, il tutto condito dalla protezione da parte dei propri stati, rispettivamente U.S.A. e Germania, due potenze egemoniche in ambito industriale, nel momento in cui il torto fosse troppo grande sono sempre pronti ad intervenire in loro soccorso enti come il WTO o OMS, mettendo a tacere tutto e coprendo con falsi dati le situazioni spiacevoli a queste due aziende.

Bombardamento in Siria: Il volto velato ma ben visibile degli U.S.A.

Secondo l’Ong circa 90 soldati hanno perso la vita durante il bombardamento statunitense


Dintorni di Dayr az Zor da mesi soldati dell’esercito governativo siriano resiste valorosamente agli attacchi dei terroristi dell’Isis, in una base nei pressi dell’aeroporto, difendendo quei territori dalla barbarie.
Solo due giorni fa tutto questo è stato reso vano da un bombardamento, della coalizione guidata dagli U.S.A, contro quei soldati, causando, secondo l’Ong, circa 90 morti e altri cento feriti. L’incursione è stata condotta da due caccia F-16 e da due jet da attacco al suolo A-10 statunitensi e britannici. Evento confermato anche da un comunicato fornito dal ministero della Difesa australiano, in quanto in quella zona, durante il bombardamento, erano attivi alcuni caccia dell’aereonautica di Canberra. L’aggressione ha permesso ai terroristi di avanzare ed occupare la base.

Furiosa la reazione della Russia, il ministro degli Esteri Maria Zakharova ha dichiarato: “Se prima nutrivamo sospetti che tutto questo era per difendere Jebhat al-Nusra, adesso, dopo i raid aerei sull’esercito siriano siamo giunti alla spaventosa conclusione che la Casa Bianca difende l’Isis “, immediata è stata la riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu richiesta dall’ambasciatore Russo Vitaly Churkin, il quale ha definito l’attacco come intenzionale.

Il pentagono ammette le sue colpe, giustifica il gravissimo evento affermando che si tratta di un errore. “L’attacco aereo della coalizione è stato immediatamente fermato quando i funzionari sono stati informati dalle autorità russe che era possibile che fossero stati colpiti uomini dell’esercito siriano”. Da tutto il mondo si sono spese parole su parole, botte e risposte, ma difatti i morti ci sono stati, figli, padri, fratelli che non torneranno mai più a casa. Una potenza come quella statunitense non può permettersi questi “errori” e sorgono moti dubbi sulla sincerità del pentagono, in quanto è dall’inizio della guerra che gli stati occidentali tengono sotto controllo la Siria, è veramente assurdo che non avessero saputo per tempo cosa e chi stavano bombardando.

La dichiarazione che colpisce di più dopo aver analizzato gli eventi, è quella del vicario apostolico di Aleppo, il vescovo George Abou Khazen: “Quel raid aereo che ha ammazzato almeno 90 soldati sembra confermare l’ambiguità delle scelte degli Stati Uniti nello scenario siriano, e anche i sospetti di chi dice che gli Stati Uniti hanno creato lo Stato islamico (Daesh) e lo stanno utilizzando. Con tutti gli strumenti e le “armi intelligenti” di cui dispongono, quel raid aereo non può essere stato un incidente, visto che quella caserma non era lì da ieri”.


Stupisce poco ormai che queste parole siano state riportate da pochissimi giornali, perché l’attenzione spesso viene dirottata verso avvenimenti che possono far diventare l’accusato come un Pubblio accusatore, mantenendo la sua immagine di eroe contro il male. Gli individui che accettano questo sistema sono come persone che non credono al medico che le avverte di una malattia, evitano di curarsi, arrivano ad uno stato terminale per il quale non c’è via d’uscita e colpevolizzano Dio per non averli aiutati. Questo esempio è dedicato a quelle persone che ancora oggi non hanno ben compreso il ruolo di alcune potenze e s’infuriano contro altre, delle quali l’unica colpa è quella di non aver fatto niente di male, paradossale ma vero.

                   Vis Sapientia


G20: Nuovi scenari internazionali per il Regno Unito alle prese con la Brexit

Durante il G20 di Hangzhou, Theresa May ha ribadito la volontà di smarcarsi dall'UE per rilanciare il futuro del Paese.


Ad Hangzhou (Cina), città elogiata da Marco Polo, di cui divenne anche Governatore (“La più nobile città del mondo e la migliore“), si è tenuto il G20 (4-5 Settembre), il primo per il Premier britannico Theresa May. In accordo con le previsioni di gran parte dell’opinione pubblica mondiale, uno dei principali argomenti di discussione è stato l’esito referendario del 23 Giugno e il futuro del Regno Unito fuori dall’Unione europea.
Nonostante lo scetticismo dilagante, manifestato soprattutto dalla ostilità nippo-americana e i riflettori puntati sul governo inglese, ritenuto non in grado di affrontare efficacemente un eventuale recesso, la May ha ribadito davanti ai più importanti Capi di Stato e di Governo le intenzioni di rendere il Regno Unito leader nel mercato globale nonostante (e soprattutto grazie a) l’uscita dall’UE, le cui pratiche non inizieranno prima della fine dell’anno. Poiché “Brexit means Brexit“, la May ha rivendicato l’esigenza di dover dare ascolto al popolo britannico, rendendo esecutiva la loro volontà espressa alle urne non appena i tempi saranno maturi.
Poco prima della partenza per la Cina, tra l’altro, il primo Ministro del Regno Unito è stato chiamato ancora una volta ad esprimersi sul voto di giugno, avvertendo l’elettorato di dover metter in conto alcune difficoltà durante il percorso di addio all’UE, ma che non poteva non essere ottimista sul futuro della quinta potenza economica mondiale, in grado di riconquistare autonomamente una posizione privilegiata negli affari interni:“Gli Inglesi vogliono avere modo di controllare il flusso di persone provenienti dall’Unione europea che entra nel Paese, si aspettano di vedere le opportunità di lavoro, le opportunità economiche”, ha dichiarato la First Lady, oltre che a livello globale: “Vorrei che il Regno Unito diventasse leader nel mercato mondiale”, spiega ancora la May.
Dichiarazioni tradotte poi in veri e propri successi diplomatici, dal momento che durante ilG20 la May ha incassato le rassicurazioni di Corea del Sud e Singapore, due delle tre principali piazze finanziarie dell’Asia, e di Messico e India circa la possibilità di revocare le barriere commerciali esistenti tra i suddetti Paesi, mentre dall’entourage inglese trapela l’intenzione del governo cinese di dar vita ad un accordo bilaterale di natura commerciale tra Cina e Regno Unito, nonostante le tensioni tra i due Stati per la fase di stallo causata dal temporeggiamento della May sulle trattative circa la costruzione di un nuovo reattore nucleare nella centrale di Hinkley Point, progetto in cui sono stati investiti ingenti capitali cinesi.
La Brexit sarà un successo“: chissà che non sia arrivato il momento di crederci sul serio.

#JesuisCharlie: facile esserlo con il culo degli altri






Quando tutti scrivevate Io sono Charlie Hebdo, appoggiavate chi ha sempre fatto queste vignette e chi nel 1996 ha lanciato una petizione per far chiudere il Front National in Francia, proprio coloro che si definiscono democratici, offendendo chi non era d'accordo con la vostra cieca idolatria. Le vignette su Maometto irritavano la stessa irritazione che suscita in noi la vignetta sul terremoto. Le quasi 300 vittime vittime del terremoto e l'ultima vignetta sulla strage di Rigopiano sembrano aver scalfito la vostra bontà d'animo. Ora volete interrompere le relazioni con la Francia per una vignetta a causa della vostra cecità? Facile essere Charlie Hebdo con il culo degli altri. Basterebbe dire semplicemente di aver sbagliato e di fare silenzio, in questo caso é d'obbligo.

Aleppo, l'esercito siriano mette sotto assedio i ribelli e i russi bombardano senza sosta



L'esercito siriano arabo avanza da due direzioni, nel nord di Aleppo e si muove sempre più vicino ad imporre un blocco militare sulla periferia ribelli nella parte orientale di Aleppo. La 4a Divisione meccanizzata dell'Esercito siriano ha nsieme alla Guardia Repubblicana, ha conquistato quasi il 90 per cento del quartiere di Al-Layramoun, ieri, lasciando solo la stazione degli autobus sotto controllo dei ribelli a nord di Aleppo. 

In effetti , le truppe governative sono distanti 500-1000 l'un con l'altro; in tal modo, i ribelli sono quasi del tutto isolati dai loro compagni di Idlib e la pianura Anadan.

Circa 250.000 civili vivono in quartieri controllati dai ribelli islamici nell'Aleppo orientale. Fortunatamente, queste persone sono in grado di lasciare Aleppo alla luce del giorno attraverso un piccolo posto di blocco situato nel centro di Aleppo. Altre 1.300.000 persone vivono, invece, nell'Aleppo occidentale. 

Ai residenti delle zone in cui vi sono i ribelli al potere è stata inviata una notifica sul cellulare con la quale si voleva comunicare che gli sarebbe stato concesso di lasciare la parte orientale di Aleppo, qualora lo desiderassero. Se Aleppo, la città più grande della Siria, si svuotasse di tutti i civili, riprendersi il controllo della città diventerebbe molto più semplice.

Ma i problemi per i ribelli non sono finiti qui. Infatti, hanno dovuto subire i numerosi bombardamenti dell’aviazione russa sulle loro postazioni nella campagna a nord di Aleppo, nei villaggi di Kafr Hamra, Bayyanoun, Hayyan, Haritan, e 'Anadan.

Al masdar, mediante uno dei suoi giornalisti, ha dichiarato che si sono registrate decine di attacchi, circa una quarantina, nel nord di Aleppo da parte dell'Air Force russa.

Questi attacchi aerei hanno un ruolo fondamentale per gli attacchi dell'Esercito siriano all'interno di Aleppo, poichè utilizzano le fratture nelle linee di difesa dei ribelli per tagliarli completamente fuori dall'autostrada Castello.


Traduzione a cura di VIS SAPIENTIA

UE approva l'importazione di soia Monsanto geneticamente modificata


La Commissione europea ha approvato l'importazione e la trasformazione dei nuovi semi di soia Roundup Ready 2 Xtend della Monsanto, dopo alcuni finti dibattiti sulla sicurezza del diserbante che ha finto di ritardare l'introduzione di altre varietà di soia OGM.


"Oggi la Commissione ha autorizzato tre OGM per uso alimentare/umano (soia MON 87.708 x MON 89788, soia MON 87.705 x MON 89788 e soia FG 72), ognuno dei quali sono passati attraverso una rapida valutazione scientifica favorevole da parte delle lobbies del settore", recita così il Comunicato della Commissione Europea. Dopo l'approvazione gli OGM, già utilizzati per alimentare gli animali, serviranno l'alimentazione umana su larga scala in Europa.

L'UE ha garantito che "tutti i numerosi prodotti derivati da tali organismi geneticamente modificati non portano malattie gravi o genetiche."
La soia biotech Roundup Ready 2 Xtend è resistente agli erbicidi glifosati e al Dicamba Monsanto: questa nuova varietà di soia biotech entra nei mercati europei secondo il piano della Corporazione, che potrà dare il via alle importazioni prima di agosto, data di inizio della raccolta.

È l'ennesimo trionfo delle lobbies, sostenute da tutte le forze politiche nell'€Uroparlamento.




Francia, orrore in una chiesa: sgozzato prete. L'ISIS rivendica il gesto

Prete sgozzato a Rouen



L'European Terrorist Tour quest'oggi ha fatto nuovamente tappa in Francia, a Saint-Etienne-du Rouvray. Il risultato attuale e provvisorio ammonta a un prete sgozzato e diversi feriti da armi bianche. 
L'Unione Europea diviene ogni giorno che passa uno spazio dominato dal caos economico e sociale; e senza la minima remora, agli alti piani di Bruxelles, viene dettato il proseguimento delle linee guida che hanno conseguito l'attuale sfacelo.

Riacquistare la propria sovranità, terminare i rapporti diplomatici con i paesi finanziatori del terrorismo, oltre a rivedere le politiche migratorie, sono soluzioni che non vengono tenute in considerazione dalla classe politica italiana.

Referendum Unione Europea in Gran Bretagna: il mattino ha il Brexit in bocca


Ora i risultati sono ufficiali: il popolo inglese ha scelto di non sottostare più ai diktat europei, votando in maggioranza per il Leave (=lasciare) l'Unione Europea, con buona pace dei buonisti, europeisti e paladini della democrazia (quando gli pare a loro), che vedono in questo risultato il ritorno della famose piaghe d'Egitto (uccisione primogeniti maschi, invasione delle cavallette ecc.) Al di là delle battute, cosa prevedeva il Referendum? Innanzitutto cominciamo col dire che questo era un Referendum sull'Unione Europea e non sull'Euro, dato che la moneta della Gran Bretagna è la sterlina. Quindi la Gran Bretagna è già uno Stato Sovrano, dotato di una sua Banca Centrale che ne coordina la politica monetaria. 

La sua politica fiscale, è gestita dal Governo, ma tuttavia deve comunque sottostare alle regole del Trattato di Maastricht del 3%, cosa che agli inglesi non sta bene, dal momento in cui, sforando questo parametro, sono oggetto delle famose procedure per deficit eccessivi, che prevede multe per chi sfora il tetto del 3%. Inoltre gli inglesi rifiutano il Fiscal Compact, reo di bloccare la crescita economica (i dati sulla crescita economica danno ragione ai britannici) e soprattutto non accettano le politiche europee riguardanti l'immigrazione. Questi sono i principali motivi del malcontento inglese. 

L'uscita dall'Unione Europea è contemplata dall'articolo 50 del Trattato di Lisbona, rimasto fino ad ora inutilizzato. Ma la riunione del vertice Ue di martedì e mercoledì prossimi potrebbe essere la prima occasione per Cameron di attivare l'articolo 50. Prima di quel vertice a 28 ci sarà una "riunione informale a 27" per "una riflessione", ha annunciato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. 

Adesso occorre però fare un'analisi, a prescindere dal fatto di sostenere il Brexit o il Bremain: questa Europa va cambiata. L'Europa non può essere soltanto vincoli. L'Europa non può essere soltanto politiche economiche che distruggono l'armonia, la pace e la prosperità dei popoli e dei suoi figli. L'Europa non può essere soltanto la paladina delle banche. L'Europa deve essere in grado di pensare e tutelare i suoi popoli, garantendo loro tutto il necessario, senza essere un cappio per le economie e dove tutti gli Stati contino allo stesso modo, senza egemonie da parte di qualcuno. Altrimenti se la situazione rimarrà questa, allora è meglio dirci addio. 

Qual è il vero mestiere di Matteo Renzi?



Matteo Renzi, come tutti ben sapete, è il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano; per quanto tempo ancora non si sa, ma questa è un’altra storia. Il suo compito dovrebbe essere quello di difendere gli italiani, ma sembra che il Premier si diverta molto di più a fare un altro mestiere: ossia il pubblicitario a beneficio delle multinazionali. L’ultimo spot lo ha fatto qualche settimana fa alla Coca – Cola, parlando a Marcianise, provincia di Caserta, mentre annunciava che “bisogna aprire le porte all’imprese straniere che portano lavoro e futuro” mentre nel frattempo, chiude la porta in faccia agli imprenditori italiani che spinti dalla disperazione si suicidano (le imprese in questione chiudono perché lo Stato non paga i propri debiti, infatti sono aziende in credito). 

Quindi secondo lui, dovremmo aprirlo alle multinazionali, che potranno permettersi di trattare l’Italia come una terra di conquista, in cui si potranno far beffe di ogni logica di mercato e di qualsivoglia tutela dei lavoratori, sfruttati per pochi euro all’ora e magari pagati anche con i voucher. Una fra queste è la Philip Morris, multinazionale del Tabacco, che in Zola Predosa hanno ricevuto la benedizione di Renzi; oltre a questa però ce ne sono altre… come Google o la Apple, che il politicante di Firenze giudica come suo modello di riferimento. 

Ora il punto è: che c’è di male nell’essere in ottimi rapporti con queste grandi aziende? Semplice: per prima cosa dovrebbero venire prima le aziende italiane e dopo le multinazionali. Inoltre quando si è troppo amico di qualcuno si ha la tentazione di fargli dei favori e Google e Apple hanno ottenuto dal Fisco italiano degli sconti di alcune centinaia di milioni di euro, senza creare alcun posto di lavoro in Italia. E’ evidente come le multinazionali in Italia facciano i loro interessi, ma il fatto più evidente è come alcuni di esse ricoprano addirittura incarichi istituzionali: ad esempio Diego Piacentini, Vice – Presidente di Amazon, scelto dopo uno scambio di sms fra il capo di Amazon e lo stesso Matteo Renzi; poi ci sono incarichi che il Governo ha dato ai grandi esponenti della finanza, come JP Morgan scelta come super-consulente sulle bad-bank, che mentre “aiutava” il governo italiano, si preoccupava di consigliare ai suoi clienti di “evitare le banche italiane”. Ma d’altronde la JP Morgan è colei che afferma che la costituzione italiana vada cambiata perché tutela troppo i lavoratori, ma si sa…le multinazionali sono interessate soltanto al profitto… infischiandosene di tutto e tutti, specie dei lavoratori. E ora chiedetevi: per chi lavora Matteo Renzi: per noi o per loro?

                                                           VIS SAPIENTIA

Tutti i danni del TiSA, l’accordo ultraliberista “cugino” del TTIP


Il 19 giugno 2014 Wikileaks pubblicava i documenti segreti del Trade in Services Agreement (TiSA). In pochissimi hanno sentito questo acronimo e quasi nessuno sa cosa sia (anche perché sostanzialmente nessun giornale ne ha dato notizia o ne riporta i progressi) nonostante potrebbe condizionare la vita di miliardi di persone.
Si tratta di un accordo commerciale sulla liberalizzazione dei servizi portato avanti dalla World Trade Organization, figlio di vari processi e vicissitudini tra cui il Gats e il fallimentare Doha Round, comprendente 50 Paesi, di cui 32 europei. I negoziati sono iniziati ufficialmente nel marzo 2013.
Il settore dei servizi rappresenta il 70% del PIL mondiale ed è il maggiore in termini di occupazione, ecco perché il Tisa potrebbe rappresentare un accordo commerciale molto più importante dello stesso TTIP. Che sia un Trattato antipopolare lo si capisce già dalla prima pagina del documento pubblicato da Wikileaks: “desecretare dopo cinque anni dall’entrata in vigore del Tisa o, se non entrerà in vigore, cinque anni dopo la chiusura delle trattative”, forse, per evitare le massicce proteste che causarono appunto il fallimento del Doha Round, meglio mettersi “al riparo dal processo elettorale”, dalla volontà popolare, chiamando in giudizio il nostro Mario Monti.
Inoltre, sul sito della Commissione Europea si legge: “Come tutti gli altri negoziati commerciali, i colloqui relativi al TiSA non si svolgono in pubblico e i documenti sono accessibili solo ai partecipanti” (e questo, ironicamente, sotto la voce “Trasparenza”).
Sanità, istruzione, trasporti, potrebbero essere privatizzati e la possibilità di intervento statale fortementeindebolita, se non vietata. Non è un caso se, in Italia soprattutto, proprio questi servizi vengano aspramente attaccati e criticati dagli eurocrati e, di riflesso, dal governo: per le banche, a livello comunitario, è stato instaurato il bail-in, mentre nel nostro Paese sanità e istruzione pubblica vengono smontati pezzo per pezzo a favore dell’iniziativa privata. In pericolo anche la privacy dei cittadini attraverso il possibile trasferimento di dati da un Paese all’altro.
Gli interessi in gioco sono enormi: parliamo ovviamente di quelli del liberismo più sfrenato, che risponde all’unica libertà per esso congeniale: quella imprenditoriale. Contro tutto ciò che rappresenta una barriera, un ostacolo all’espansione indisciplinata in nome della competitività e della rimozione dei diritti sociali, tramite la globalizzazione, attraverso il “ce lo chiedono i mercati”, e qui in Italia il “ce lo chiede l’Europa”.
In prima linea per la conclusione del Trattato troviamo ilCoalition of Services Industries (CSI), che annovera fra i propri membri Facebook, Google, IBM, JP Morgan e Walmart giusto per citarne alcuni. In un documento del dicembre 2013 intitolato “Perché l’America ha bisogno di un nuovo accordo commerciale sui servizi” leggiamo: “nel mondo le imprese americane non possono competere lealmente a causa delle barriere in entrata, di trattamenti discriminatori e per un fallimento generale nel mantenere regole internazionali allineate coi nuovi sviluppi e le realtà delle moderne pratiche di business”.
Considerando che gli Stati Uniti sono i leader mondiali in quanto a servizi esportati (oltre 700 miliardi di dollari nel 2014) e che le affiliate estere delle multinazionali a stelle e strisce hanno generato 1000 miliardi di dollari nello stesso anno, si capisce facilmente come mai le pressioni provengano da un’organizzazione che rappresenta alcune fra le più importanti multinazionali americane e del mondo.
Sul sito del CSI, ma anche su quello della Camera di Commercio statunitense, si riportano solo i possibili vantaggi per gli Usa, il che potrebbe anche essere logico, ma viene da chiedersi: quali sarebbero i vantaggi per noi comuni mortali? Forse la possibilità di risparmiare su della carne scadente imbottita di ormoni; o quella, per lo Stato, di guadagnare una tantum dalla privatizzazione, (salvo poi i profitti rimanere nelle casse della multinazionale).
Non ci stupiremmo di assistere ad una crescita dei prezzi per guadagnare anche su beni essenziali. D’altronde il Presidente della Nestlé ce lo ha ricordato: “Chi pensa che l’acqua sia un bene pubblico e quindi ogni persona del pianeta ne abbia diritto è un’estremista. Io penso che sia meglio dare all’acqua un valore di mercato, così sapremo tutti che ha un prezzo”.
A chi crede che comunque, in qualche modo, i governi faranno gli interessi dei cittadini, Lenin risponderebbe che “la potenza del capitale è tutto, il Parlamento e le elezioni sono un gioco da marionette, di pupazzi”. In questo caso un gioco pericoloso, ai danni della vita umana e del pianeta, in favore dell’accrescimento smisurato del capitalismo stesso.
L’economista premio Nobel, Joseph E. Stiglitz, in un articolo sul New York Times intitolato “Dal lato sbagliato della Globalizzazione”  ha commentato: “Oggi lo scopo degli accordi commerciali è diverso. Le tariffe nel mondo sono già basse. L’attenzione si è spostata alle barriere non tariffarie, e la più importante di queste – per gli interessi che spingono verso l’accordo – è la regolamentazione. Le enormi multinazionali lamentano che insensate regolamentazioni rendono più costoso fare business. Ma la maggior parte delle regolamentazioni, anche fossero imperfette, sono lì per una ragione: per proteggere i lavoratori, i consumatori, l’economia e l’ambiente. […] Qualcuno potrebbe pensare, ovviamente, che l’accordo sulle norme sia un potenziamento delle norme attuali verso standard più elevati, ovunque. Ma quando le corporation richiedono un accordo, quello che realmente intendono è una gara verso il basso”.

Siria, Assad accusa l’Europa: smettetela di finanziare l’ISIS

Intervista emittente russa Assad

Tra il silenzio dei media italiani, l’esercito siriano ha preparato le operazioni per riprendersi la città di Raqqa, diventata da tempo la capitale del sedicente Stato Islamico. Le truppe siriane si sono radunate in una zona della provincia di Hama per dare inizio all’assalto.


Altro fronte importante è quello di Aleppo, che è stato lasciato agli alleati iraniani e iracheni in modo tale da essere in grado di concentrare l’intero sforzo bellico contro la capitale dell’ISIS. Il presidente siriano Bashar al-Assad, molto contestato dall’Europa, ha dichiarato qualche giorno fa in un intervista ai media russi: “un presidente assume il potere con il consenso del popolo attraverso le elezioni e se lascia lo fa su richiesta del popolo, non per decisione degli Stati Uniti, del Consiglio di sicurezza dell’Onu, della Conferenza di Ginevra o del comunicato di Ginevra”.




Sempre nella stessa intervista, il presidente siriano si scaglia contro l’Europa per quanto riguarda le politiche inerenti all’immigrazione: “Se volete davvero fermare il traffico dei rifugiati, smettetela di finanziare i terroristi, smettetela di fare propaganda chiamando i terroristi “ribelli moderati”, smettetela di dare l’impressione che il problema della Siria derivasse da una persona singola”. Inoltre – prosegue Assad - “Bisogna concentrarsi sulle cause. Se siete preoccupati per loro smettete di appoggiare i terroristi. Questo è il cuore di tutta la questione dei rifugiati”.

Infine arriva l’affondo nei confronti di Obama: “Gli Stati Uniti non accettano che siamo l’unica forza che combatte sul campo l’Isis. Non c’è alcun coordinamento con il loro esercito. La coalizione occidentale ha fallito; non è stata in grado di prevenire l’espansione dell’Isis”. Nel frattempo dopo l’appoggio militare ottenuto dalla Russia e dopo l’impegno di Putin per provare a sconfiggere l’Isis sul campo, arriva anche l’appoggio della Francia che ha annunciato nuovi raid per colpire postazioni Isis in Siria, giudicate dal suo Presidente Hollande, come necessarie.

                                                                     VIS SAPIENTIA




Altro che il TTIP, arriva il CETA: le economie sono sotto attacco

Unione Europea e Canada insieme


Nella democrazia parlamentare che noi tutti conosciamo, il Parlamento ha l’ultima parola su qualunque tipo di decisione. Tranne che negli accordi commerciali: una clausola del CETA (Accordo Economico e Commerciale Globale) permetterebbe che una gran parte dell’accordo possa entrare in vigore senza aver bisogno dell’accordo del parlamento, inclusa la protezione degli investimenti garantita dall’ISDS (Risoluzione delle Controversie tra Investitore e Stato)! Ma cos’è il CETA? CETA significa Comprehensive Economic and Trade Agreement ed è un accordo di libero scambio ancora sconosciuto ai più che prevede la soppressione delle barriere tariffarie tra Canada e Unione Europea. Questo trattato a fine giugno passerà al vaglio del Consiglio Europeo e potrebbe presto entrare in vigore. Le finalità sono simili a quelle del TTIP. L’obiettivo dichiarato è di ridurre la regolamentazione sulle aziende ma si tratta di un altro trucco per limitare ancora una volta la sovranità degli stati, favorire le grandi banche e danneggiare i consumatori (Fonte: The Guardian)

Cosa significa tutto ciò? Ce lo spiega Nick Dearden, che sempre sul Guardian afferma: "se un governo europeo decidesse, ad esempio, di bandire una sostanza chimica potenzialmente cancerogena, un’azienda canadese potrebbe fargli causa perché le verrebbe impedito di fare profitti. E, attenzione, il processo si terrebbe in un tribunale speciale. Proprio così, un tribunale ad hoc con giudici eletti dai politici canadesi e dalla commissione di non eletti di Bruxelles, e supervisionato dagli avvocati della multinazionale di turno”.

I dirigenti e funzionari di tutt’Europa, inoltre, stanno preparando l’entrata in vigore del CETA che decorrerebbe dal momento in cui il Consiglio dell’Unione europea avrà dato il suo consenso, senza il bisogno di ratifica da parte dei parlamenti europei. Un espediente che il Ministro tedesco dell’Economia ha dichiarato essere “perfettamente democratico”. Complimenti, aggiungiamo noi.

C’è anche la questione banche: pei governi controllare le banche e i mercati finanziari sarà ancora più difficile. “Il tentativo di limitare la crescita delle banche che sono ‘troppo grandi per fallire’ potrebbe portare un governo davanti a un tribunale segreto” continua Dearden. In pratica, i grandi istituti avranno un potere praticamente illimitato.

Ma non è tutto. Grazie ad una sentenza ben nascosta nell’accordo, gli Stati membri dell’Unione Europea sarebbero soggetti alle ripercussioni da parte delle aziende anche nel caso in cui i primi abbiano votato contro il CETA, fino ad un periodo di tre l anni! L’articolo 30.8 del CETA afferma che i ricorsi avviati in virtù dell’ISDS possono essere presentati entro tre anni dalla data di sospensione o dalla terminazione dell’accordo.

I dirigenti esecutivi stanno facendo pressione per una attuazione provvisoria del CETA. Secondo il canadese Steve Verheul, responsabile delle negoziazioni, afferma: “L’accordo potrebbe decorrere se 15 sui 28 governi degli Stati membri dell’UE dovessero dare il loro consenso"

In altre parole, il CETA potrebbe entrare in vigore senza il consenso di organi legittimati dal popolo come ad esempio il Parlamento Europeo. Tuttavia l’accordo messo in atto in maniera provvisoria entrerebbe definitivamente in vigore senza che ci sia stata alcuna discussione in parlamento, poichè non esisterebbe alcuna scadenza entro la quale votare per rendere l’accordo pienamente vigente.

Per l’Unione Europea non vige alcun obbligo giuridico ad uscire dal trattato, come riferito dal comitato scientifico del Parlamento tedesco. Anche se il parlamento di uno Stato membro volesse respingere il CETA, per poter abbandonare il trattato sarebbe necessario il voto del Consiglio, il quale non viene direttamente influenzato dalle decisioni parlamentari: la decisione presa democraticamente dal tuo Parlamento non avrà alcun peso.

Anche se i dirigenti europei dovessero prendere in considerazione la scelta dei rappresentanti eletti e scelgano di sospendere il trattato, i paesi europei sarebbero ancora a rischio di azioni legali da parte delle aziende per i tre anni a seguire, come stabilito dalle clausole dell’accordo! La Russia fornisce un esempio pratico di questo cavillo giurisprudenziale: nel 2014 fu costretta a pagare $50 miliardi per via di una causa secondo ISDS resa possibile da un trattato che il paese implementò solo in via provvisoria e che decise di abbandonare nel 2009. Poiché in tale accordo c’era una clausola simile a quella nel CETA, la Russia dovette comunque far fronte ai suoi oneri. Dunque, un accordo con gravi conseguenze entrerà in vigore tramite attuazione provvisoria che si tramuterà in definitiva e che non sarà discusso da alcun organismo democraticamente eletto. Inoltre, anche se l’accordo venisse eventualmente abbandonato, le sue clausole più rischiose non cesserebbero di esistere. 

“In tutto questo i governi possono fare poco per salvarci. Il G7” conclude Dearden, “non può pensare ad altro che agli interessi delle élite dominanti del mondo”. Ma almeno sappiamo con chi e dove schierarci.

                                                                 VIS SAPIENTIA

La Corea del Nord crea la propria versione di Facebook


La Corea del Nord banna Facebook


La Corea del Nord si prepara al lancio della propria rete sociale chiamata Starcon. CNN Money ha informato che lo stile é molto simile a quello di Facebook. L'articolo, citato dall'agenzia Sputnik, indica che il sito web fu scoperto dal direttore dell'Internet Dyn Research, Doug Madory che ha pubblicato il link nella sua pagina Twitter. Madory considera che Starcon ha in comune con Facebook diverrse caratteristiche: il design, l'elenco degli amici o la home.

I creatori della rete sociale nordcoreana probabilmente hanno usato la piattaforma phpDolphin, che permette la creazione di un sito web usando come modello Facebook. Secondo l'esperto, il DNS (Sistema di Nomi di Dominio) del sito appartiene al Regno Eremita ( come é anche conosciuta la Corea del Nord).

Doug Madory ha spiegato che è strano che gli utenti possano accedere al sito dato che ci si entra dall'esterno del paese nordcoreano e per tanto non è sicuro che le autoritá del paese abbiano qualcosa a che vedere con Starcon. Per ora il sito web non é ancora completato ed é soltanto disponibile in inglese. Ogni pubblicazione risulta effettuata ''30 minuti prima''. Questo puó avere qualcosa a che vedere con la decisione di Pyongyang di creare la loro propria fascia oraria. Madory ha riferito anche sull'impossibilitá di accedervi dalla Corea del Sud. Inoltre è rilevante il fatto che dallo scorso aprile il governo di Pyongyang abbia proibito i siti di Facebok, YouTube e Twitter.

La Corea del Nord é uno degli stati con il minor numero di utenti internet. Esistono solo alcune centinaia di utenti ( su una popolazione di 25 milioni di persone). La maggior parte di questi utenti sono funzionari governativi. Questa rete sociale non é il primo tentativo di sostituire prodotti stranieri con delle versioni locali dato che nel 2000 sviluppó il proprio sistema operativo basato su Linux chiamato Red Star OS.

                                                                                     VIS SAPIENTIA

L’altra faccia delle ONG

Le Ong e i profughi



Si sente parlare molto delle ONG (Organizzazioni Non Governative) che operano nei paesi del cosiddetto terzo mondo e nei paesi in via di sviluppo, sono migliaia e sono prevalentemente presenti in Africa e Medio Oriente. La domanda che lecitamente ci si pone è se veramente queste associazioni agiscano nell’interesse dei popoli più poveri e disagiati del pianeta, o se in molti casi siano dei grimaldelli strumentali alla politica estera dei paesi più potenti, con lo scopo di destabilizzare gli equilibri e la sovranità di molte nazioni non “allineate”, o semplicemente per raccogliere informazioni e mantenere lo statu quo esistente e funzionale a multinazionali e potentati locali.

In Africa, come detto, operano migliaia di queste ONG, dai nomi più variegati e di impatto, ed hanno un modus operandi apparentemente goffo e ingenuo. Gli operanti ONG sul campo sono spesso sprovveduti studenti occidentali, o cooperanti in pensione con la spinta umanitaria di fare del bene, senza però avere una profonda conoscenza delle dinamiche socio-culturali dei Paesi nei quali operano.

Spesso questi cooperanti sul campo ricevono stipendi di tutto rispetto se paragonati alla povertà e alla diseguaglianza sociale in cui operano, hanno la copertura e la protezione diplomatica delle nazioni di appartenenza, ma agiscono con spregiudicatezza mettendo molte volte a repentaglio la propria incolumità personale. Sono quasi sempre coordinate da dirigenti dagli alti compensi, i quali spesso non hanno alcuna intenzione di creare una seria cooperazione di sviluppo, ma di raccogliere informazioni sulle dinamiche politiche e di polizia, militari e sociali delle popolazioni locali, sempre a senso unico, senza approfondire situazioni che meritano un’analisi ad ampio spettro.

Costruire ospedali, impianti di irrigazione o infrastrutture richiede una presenza di personale specializzato ed esperto e sembra che le ONG al loro interno ne abbiano ben poco, e che si affidino esclusivamente a sentimenti visionari che quasi sempre non coincidono con la realtà dei fatti. Molte di loro agiscono sotto l’ombrello dell’ONU, le stesse Nazioni Unite che spendono l’80% del loro budget per stipendi di funzionari e dipendenti, o che si permettono il lusso di girare con macchine da centinaia di migliaia di dollari e di comprare al modico presso di 100 $ una cisterna di acqua potabile per tenere pulita la carrozzeria dei loro potenti mezzi.

Tutto questo succede in Paesi dove l’accesso di acqua potabile è negato alla maggior parte del popolo. Stranamente però oltre alle quotidiane parate di mezzi potenti e uffici faraonici stile torre d’avorio, di vere strutture sociali di assistenza ai popoli locali a marchio ONG se ne vedono ben poche. Gran parte di questi cooperanti sono spesso visibili nei bar e nei ristornati di lusso degli alberghi di Lagos o Abuja in Nigeria, o nei resort protetti di FreeTown. Quando parli con loro, sembra che l’interesse maggiore sia quello di esportare idealmente il concetto “democratico” occidentale in società di stampo tribale, con una cultura molte volte più antica dei loro paesi di provenienza; quando invece gli chiedi di mostrarti progetti concreti di sviluppo strutturale e sociale, glissano la discussione sulla solita retorica insopportabile del mondialismo, della fratellanza tra i popoli e del quanto siamo bravi in occidente e quanto c’è da esportare in termini culturali, dimenticandosi che l’impero del Benin in Nigeria, per esempio, ha migliaia di anni di storia in più rispetto alla Costituzione degli Stati Uniti.

Le ONG agiscono anche tramite una forte pressione politica sui governi locali, facendo leva sulla mancanza di diritti umani, che a loro detta si deve senza dubbio rispecchiare nei valori dei modelli di democrazia occidentale. Sicuramente le ONG che hanno più risonanza a livello mediatico in occidente sono quelle che operano nelle zone “calde” e più soggette a destabilizzazione. Amnesty International, forse la più famosa, ci bombarda quotidianamente di notizie che definiamo senza dubbio a senso unico, da paesi come Siria, Egitto, Libia e Nigeria. Nella Libia del colonnello Gheddafi ricorderemo che le notizie riguardo presunte violazioni di diritti umani erano all’ordine del giorno, mentre non abbiamo sentito una parola da parte di queste ONG riguardo la menzione nella costituzione libica al diritto alla casa per ogni cittadino o per le grandi conquiste sociali paragonabili se non migliori di quelle occidentali e sulla qualità di vita dei libici. Su Cuba invece ne sono state dette di cotte e di crude, ma nessuna parola sui migliaia di medici cubani che operano negli ospedali dell’America latina o del livello di alfabetizzazione dei cubani. In Siria invece si sono concentrate su una battaglia politica e sociale contro il governo di Assad e l’intervento russo, manco fossero i portavoce del dipartimento di stato americano, ma hanno spesso taciuto quando c’era da denunciare i crimini di terroristi ed estremisti religiosi mascherati da “democratici” ribelli. In Nigeria abbiamo subito un bombardamento mediatico sulla legge anti gay promulgata dal senato nigeriano, ma silenzio strumentale sugli infiniti traffici di denaro e sulle stragi perpetuate dal braccio dell’Isis in Africa , Boko Haram.

Ovviamente c’è da precisare che per fortuna non tutte queste ONG si comportano alla stessa maniera, spesso le più silenziose sono quelle che hanno seriamente portato avanti progetti di cooperazione e di sviluppo. Questa analisi ci deve portare a ripensare i veri obiettivi di certe associazioni, se davvero i milioni di dollaricon cui vengono sostenute (che spesso provengono da fondi governativi) siano veramente usati per favorire la cooperazione e lo sviluppo, o se queste non siano degli strumenti di intelligence protetti dal paravento dei diritti umani, con il fine di mantenere lo statu quo del divide et impera o incentivare la destabilizzazione di nazioni sovrane ed autonome, poco allineate alle politiche economiche globali. Le ONG in molte situazioni non sono nient’altro che il braccio armato di un sistema che ha messo le radici all’interno della nostra istruzione, della formazione dei giovani, che portano avanti idealismi spesso lontani dalla realtà, giocano sull’ingenuità di molti giovani e sulla presunta superiorità culturale di un mondo occidentale che ormai da insegnare ha ben poco.

Ecco come funziona la scuola russa

L'istruzione, dovere dello Stato russo




L’educazione scolastica rappresenta per l’intera Russia un dovere dello Stato. Possiamo affermare con sicurezza che, sia per impegni finanziari che per importanza, sia un obiettivo primario. Un segno indelebile per la gioventù che si affaccia alla vita.

L’istruzione inizia dall’asilo, per il quale non c’è limite di età d’ingresso. Viene richiesta solo l’autonomia nel camminare, in modo che le puericultrici possano seguire al meglio uno sviluppo pedagogico che passa inevitabilmente anche dal dover cambiare pannolini e dall’insegnare al bambino a gestire il proprio corpo, pulizia ed igiene personale comprese. Tutto ciò fino ad un’ istruzione completa, tradizionale come innovativa.

L’asilo è un luogo di crescita, non è un parcheggio. Vengono messe a disposizione strutture funzionali, sempre aggiornate nel materiale didattico e nella scrupolosissima selezione delle puericultrici (tutte laureate in materie pedagogiche) e la scelta della risorsa va oltre la persona. Vengono analizzate situazioni familiari, moralità, gli aspetti psichici e tanto altro per valutarne l’idoneità e le capacità effettive.

Le strutture per la prima infanzia sono un’eredità dell’Unione Sovietica poco appariscente: anzi il primo impatto non è certo esaltante ed estremamente decadente. In ogni caso, all’interno si entra nel cuore dell’asilo, gli ambienti e gli arredi sono rapportati unicamente al bambino e diventano improvvisamente caldi e materni, pur nella loro essenzialità e semplicità.

Ovviamente a strutture obsolete nell’architettura esterna, sono affiancati asili di nuova costruzione, dove l’aspetto esteriore è curato, ma senza dimenticare la funzionalità e l’essenzialità dello scopo. L’orario copre la durata di una intera giornata lavorativa, dalle 9 del mattino sino a sera, presumibilmente sino alle 18 ed in alcuni casi se necessario sino alle 20. Non si escludono garanzie per il soggiorno sia diurno che notturno. Durante questi orari vengono svolte tutte le attività didattiche, basate prevalentemente sul gioco collettivo.

Nel gioco viene inserita la ginnastica del corpo affinchè i ragazzi possano muoversi con maggiore autonomia ed acquisire nuovi equilibri. Ruolo fondamentale in questo è recitato dalla musica, che funge spesso da sottofondo all’intera giornata e diviene utilie ai bimbi per dare libero sfogo alla propria fantasia con i piccoli strumenti che vengono messi a loro disposizione. La persona che si occupa di ciò è una figura differente dalla puericultrice ed ha competenze musicali, oltre che pedagogiche.

Le classi dell’asilo non conoscono élite, non conoscono separazioni sociali e sono raggruppate secondo il criterio più generico dell’età che addirittura è cadenzata dal semestre di nascita, il che determina un criterio di sviluppo naturale. Bambini e bambine giocano insieme, religioni differenti sono nella stessa classe, senzaeccezioni. La religione non appartiene in alcun modo all’educazione, non desta alcuna problematica ed è del tutto estranea alla pedagogia statale.

L’ultimo anno di asilo prepara alla scuola vera e propria. Vengono sollecitati i procedimenti di apprendimento cognitivi e visivi attraverso i numeri e le lettere, fino all’apprendimento mnemonico di canti tradizionali e inni verso la Patria.

Il bambino è a conoscenza, finito questo ciclo, di ogni festività nazionale a carattere non religioso. Vengono celebrate, attraverso recite, le date storiche del 23 febbraio come giorno dell’esercito, 8 marzo come festa della donna, il 1 maggio festa dei lavoratori, il primo giorno di primavera, il 9 maggio (la vittoria della seconda guerra mondiale), 12 giugno festa nazionale della Russia, 4 novembre giornata dell’unità nazionale, sino ad arrivare al 31 dicembre che è la fine dell’anno.

Oltre a quelle nazionali vengono celebrate anche le festività scolastiche che seguono l’andamento delle stagioni e segnano il completamento di una singola tappa di “riposo” per gli studenti, per poi ricominciare fino al completamento dell’anno scolastico. Si aggiungono infine le festività a carattere territoriale a seconda della regione, che sono differenti in tutta la Russia (dove si celebrano eroi locali) e feste della tradizione rurale come la semina e il raccolto.

L’educazione prosegue nella scuola e il gioco viene sostituito dall’impegno. Alcune componenti, come i programmi e l’abbigliamento, sono uguali per tutta la Russia: la scuola dell’obbligo dura 9 anni, con esami al quinto e al nono. L’oggetto dell’insegnamento è lo studente, il risultato è l’apprendimento; il metodo è la leva per la formazione del ragazzo.

Lo studente impara il rispetto dell’autorità preposta all’insegnamento, si occupa delle pulizie a scuola e nelle aree limitrofe, in qualunque condizione metereologica. Vedere gruppi di studenti spalare la neve o rastrellare le foglie, piantare alberi e fiori, è assolutamente normale e non rappresenta in alcun modo un’eccezione o una punizione. Il ragazzo viene anche responsabilizzato nella cura del materiale didattico e delle strutture, diviene il protagonista di un lungo percorso che dura 9 anni, sempre nello stesso edificio scolastico, con continuità didattica.

Il materiale didattico costituito da libri, quaderni e strumenti per il disegno e le applicazioni tecniche è gratuito per tutti i meno abbienti, e dal costo estremamente ridotto per tutte le altre classi sociali. L’istruzione è la porta di ingresso per la società in tutti i suoi aspetti, a prescindere da un futuro lavoro e dalla sua retribuzione. Lo Stato dispone di fabbriche impegnate nella produzione di tutto ciò che sia destinato all’istruzione e all’infanzia, affiancato dall’impresa privata. L’istruzione arriva in tutti i villaggi, anche i più remoti: nei casi più estremi si fa ricorso ad autobus messi a disposizione gratuitamente se non dovesse esistere un complesso scolastico o un asilo nelle vicinanze più prossime.

Trascorsi i 9 anni dell’obbligo è tempo di scelte. Inizia un nuovo percorso che porterà a una specializzazione che potremmo definire, in modo forse improprio, “dell’ arte e dei mestieri”: simile ai college di tradizione anglosassone o, se vogliamo, alle scuole superiori italiane. C’è però l’alternativa di un percorso finalizzato al proseguimento degli studi universitari con relative specializzazioni.

Infermieri, elettricisti, geometri, etc, passano dalla scuola tecnica senza per questo essere preclusi in modo assoluto dall’Università. La scelta di proseguire gli studi invece presenta una continuità e un approfondimento delle materie proiettate verso qualunque disciplina universitaria. Inutile dire che il percorso è selettivo e l’opzione di passare alla scelta di imparare un’arte non è inusuale.

Lo Stato nel tempo ha modernizzato la scuola, ma ha anche conservato l’intera struttura tecnica senza alcun stravolgimento. Ha provato per un periodo limitato a porre cambiamenti nella didattica universitaria e nei sistemi di valutazione (come per esempio nell’introduzione dei close test): ma visti i risultati non esaltanti, dopo solo alcuni anni, si è tornati alla tradizione. Questo perché incredibili mancanze sono state riscontrate, dopo il conseguimento della laurea, nel campo applicativo lavorativo.

Oggi nella Russia moderna c’è stato anche spazio anche per una futile polemica che congediamo in pochissime righe: un’ impresa privata ha avuto l’ardire di mettere l’immagine di Stalin sulla copertina dei quaderni come eroe della Russia, accompagnata ovviamente a quella di altri poeti, scrittori, astronauti e tanto altro.

Una provocazione che ha suscitato notevoli polemiche in una società complessa e, di fondo, conservatrice. Sulla questione è intervenuto il ministro dell’educazione Andrej Fursenko: “Lo trovo scorretto. Un fenomeno negativo”, ha detto, precisando che, non essendo stati prodotti dal Ministero dell’Educazione.

Dalla Camera Pubblica (un organo di consulta legislativa russo), arrivano commenti che indicano questa iniziativa come “una barbarie” e una cosa “moralmente perversa”. “Gli eroi russi sono altri e non necessitano mere provocazioni”; Stalin, come “generalissimo” , appartiene alla storia della Russia, ai libri, ma non certo ai quaderni.

In ogni caso, gli studenti russi conoscono la storia del loro Paese, e forse questa immagine quasi caricaturale rappresenta l’ironia verso un insegnamento duro e selettivo; insomma, diciamolo pure, quasi staliniano.