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In morte del Partito Comunista Italiano



Ieri ricorrevano i 26 anni della morte del nemico. Ieri ventisei anni fa moriva il partito Comunista Italiano. Moriva suicida. Ucciso dai sui stessi dirigenti, che per inseguire il progresso venivano meno ai loro ideali e alla loro storia. Abiuravano, perché si il comunismo, per loro era una religione. Ecco, i vari D' Alema, Veltroni, Fassino, Napolitano fondarono il PDS, poi DS, poi PD, per inseguire il progresso, da allora son passati 26 lunghi anni, il mondo è cambiato moltissimo, e loro con il mondo. Son cambiati così tanto da finire rinchiusi nelle loro torri d' avorio lontani dal proletariato come quelli che un tempo disprezzavano. 

Son cambiati così tanto da diventare quelli che fanno gli affari con le multinazionali e che proteggono le lobby, coloro che importano manodopera a basso costo distruggendo il mondo del lavoro. Son cambiati così tanto da essere i più filoamericani di tutti, son cambiati così tanto da decidere di privatizzare quasi tutte le aziende statali. 

Guardando quello che son diventati i comunisti nostrani, cioè tutto quello che avevano combattuto e odiato un tempo, non si può che pensare al finale della fattoria degli animali di George Orwell: " non c' era che da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature dal di fuori guardavano dal maiale all' uomo, dall' uomo al maiale e ancora dal maiale all' uomo, ma era loro impossibile oramai distinguere fra i due".
G.G.


L’immigrazione nel pensiero unico mondialista: lo schiavismo travestito da “petalosa solidarietà”

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Sono giorni che nei TG non si parla che del Muslim Ban messo in atto dalla nuova Presidenza americana targata Donald Trump. Ma innanzitutto cosa prevede questo provvedimento? Il Muslim Ban è un ordine che “sospende temporaneamente” - per almeno 90 giorni - l'ingresso dei cittadini di quei Paesi negli Stati Uniti; quell'ordine comprende anche la sospensione per 120 giorni del programma di accoglienza profughi, un programma che ha portato negli ultimi 3 anni appena 300 persone ad ottenere asilo in America. Tutto ciò ha scatenato numerose polemiche, dimenticando però che i paesi inclusi all’interno dell’ordine presidenziale sono gli stessi precedentemente identificati dall'amministrazione Obama come ricettacoli del terrore.

Ma la chicca delle chicche è presto servita: molte multinazionali si indignano per le politiche messo in atto dal Tycoon e come contro – risposta sono disposte ad assumere “immigrati rifugiati” ammesso sempre che siano tali e non clandestini. Il pensiero unico mondialista ringrazia: in effetti è la sintesi perfetta del loro modus operandi… creare il cosiddetto esercito di riserva, come definito da Marx, per creare dumping salariale da usare come arma per ricattare i lavoratori. Il presunto rifugiato, che vale come il lavoratore autoctono, costringendo quest’ultimo ad accettare paghe da fame, per rimanere competitivo all’interno del mercato del lavoro. E’ però curioso,  il fatto che i rifugiati stiano molto a cuore a questi signori, ma non le donne, che in Arabia Saudita non possono entrare in Starbucks, come riportato in questa foto dal Quotidiano Repubblica: 

Arabia Saudita, il cartello di Starbucks a Riad: 'Qui le donne non possono entrare'

E’ veramente straordinario quando una multinazionale usa la retorica da bacio perugina per raggiungere i suoi obiettivi. Quale mossa migliore dell’assumere rifugiati per ridurre, se non dimezzare, i costi di manodopera? Ma ancora più straordinario è l’eco che l’indignazione suscita tra i vari lobotomizzati che spaziano in tutti gli ambiti, specialmente in quello dei media, che si stracciano le vesti per condannare paesi non inseriti nel provvedimento di Trump, come l’Arabia Saudita, considerato però bello e buono quando finanziava la prediletta Hillary Clinton. La democrazia a luce alterna dei giorni nostri annebbia le menti, soprattutto quelle dei “mentalmente aperti” ai quali diciamo: “Tenetevi pure queste brodaglie da succhiare in confezioni cartonate, noi rimaniamo fedeli al caffè espresso del bar sotto casa, alle tradizioni italiane, che in ambito culinario, per fare un esempio, sono tra le migliori al mondo”.

Il neoliberismo come tirannia


Fino ad ora le previsioni di Marx riguardo una implosione del sistema capitalistico non si sono affatto avverate. Quest’ultimo infatti, nell’ultimo secolo, non solo è stato in grado di trovare sempre nuovi e più efficaci strumenti per perseguire il suo dominio, ma ha anche fatto in modo da spostarsi progressivamente più “in alto”, in modo tale da costruirsi una roccaforte ancora più difficile da espugnare. La logica del dominio viene dunque perpetrata dalla cosiddetta “alta finanza”, la quale, imbevuta dell’ideologia neoliberista e in nome della fandonia secondo la quale più il mercato è libero e più il benessere dei cittadini aumenta, continua indisturbata e lontanissima dagli occhi dei cittadini a decidere la sorte degli stessi. Il paradigma Marxista di “lotta di classe” fra il proletariato e la borghesia non ha più modo di esistere in un’epoca in cui quest’ultime non vivono una situazione di conflitto fra loro, bensì paradossalmente si ritrovano ambedue relegate in una posizione di subalternità e di quasi inconscio sfruttamento. 

La logica neoliberista infatti , tramite l’aiuto e l’approvazione semi-tacita dei governi degli Stati occidentali, ha oramai permeato tutti gli ambiti della vita delle persone e in nome del dogma del mercato libero e senza regole ha sicuramente contribuito, col passare degli anni, all’allargamento della forbice della ricchezza mondiale. In un’epoca in cui la morte delle vecchie ideologie è sicuramente comprovata da tempo e il primato della politica ha fatto spazio a quello dell’economia, l’elite finanziaria ha creato la sua ideologia, più subdola, ma infinitamente più efficace:il neoliberismo. Quest’ultimo viene considerato da molti economisti, da Von Hayek a Friedman, come una vera e propria scienza esatta, la quale dovrebbe portare inevitabilmente al benessere mondiale. Così dagli anni 80’ il neoliberismo ha cominciato a dominare incontrastato, anche grazie all’approvazione delle elite politiche occidentali, le quali, per stupidità o convenienza, hanno contribuito all’allargamento incontrastato del fenomeno.

Ma quali sono gli strumenti di cui dispone l’elite finanziaria per perseguire il proprio dominio e per evitare la nascita di un sistema alternativo?. La ricetta del neoliberismo prevede come ingredienti fondamentali: la Deregulation, cioè l’abbattimento dei dazi doganali e del protezionismo in generale andando a limitare dunque le norme e regole che tendono a limitare l’accumulazione del profitto; la Privatizzazione, cioè la progressiva sostituzione di servizi pubblici con servizi privati o privatizzati; l’abbattimento delle spese sociali come la sanità, la Scuola, il sistema pensionistico. La logica del dominio neoliberista, nel corso degli ultimi 30 anni, ha sicuramente beneficiato delle scelte delle elites politiche del mondo occidentali, le quali, in primis hanno assecondato lo scoppio della globalizzazione, in secondo luogo hanno acconsentito a costruire l’impalcatura dell’Unione Europea, che ha essenzialmente fornito la base giuridica per il perseguimento della deregulation e della privatizzazione, e in ultima analisi continua a porre in essere una politica migratoria sregolata che altro non fa che abbassare il costo del lavoro. 

Il risultato di tutti questi addendi è indubbiamente la restrizione dei diritti sociali, messi costantemente in secondo piano rispetto alla logica del profitto che finisce inevitabilmente per ingrossare le tasche di chi già le ha piene a discapito di coloro che combattono per arrivare alla fine del mese. Il vero e immenso problema è che questa logica onnicomprensiva sembra non dare possibilità reali alla sfera politica di poter creare un sistema alternativo più giusto, cioè un sistema che possa porre in essere un connubio fra il capitalismo economico e il benessere reale dei cittadini, il quale dovrebbe essere oggettivamente e non soggettivamente, lo scopo finale di ogni attività politica ed economica. Non resta che aspettare tempi migliori, tempi in cui i cittadini acquistino la consapevolezza del sistema nel quale vivono e in cui i politicanti comincino a pensare seriamente alla popolazione che rappresentano, estraniandosi il più possibile dalla mera logica del denaro.

Fabio Iocco

Le ragioni del “no” alla riforma costituzionale: art 55


Il primo articolo oggetto della riforma costituzionale è il 55, ovvero la norma che apre la parte seconda della Costituzione, che in versione originaria, molto semplicemente, prevedeva:
Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione”.
Il testo riformato, decisamente più lungo, invece recita (in grassetto le aggiunte):
Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.

Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione.
La Camera dei deputati e’ titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo.
Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato.

Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione”.
Le novità della norma sono evidenti da subito e salta all’occhio, al di là di un’esposizione zoppicante e poco adatta ad una Costituzione, il ripetuto riferimento all’Unione europea. Emerge inoltre che il bicameralismo non è stato superato, ma diventa semplicemente imperfetto, come poi infra confusamente regolato nel nuovo art. 70 Cost. di cui si dirà in un altro articolo.
I Senatori della Repubblica cessano di rappresentare la Nazione e assumono il ruolo formale di rappresentare gli enti territoriali. Dato letterale assai curioso visto che, anche i rappresentanti degli enti territoriali, di solito, dovrebbero comunque rappresentare gli interessi nazionali e non certo altri organismi.
Ma questo non è che un segnale preciso di dove si voglia realmente andare a parare, gli enti territoriali da oggi avranno ben altri interessi da tutelare. Il nuovo Senato rappresenterà a tutti gli effetti un altro ordinamento giuridico, che non è l’Italia. Esso rappresenterà più propriamente l’Unione europea e gli interessi finanziari che essa tutela ai quali anche le Regioni dovranno inchinarsi in ogni materia.

In sostanza il nuovo art 55 è diretto, in combinato con il parimenti riformato art. 117, ad aggirare gli artt. 1, 10 ed 11 Cost., norme immutabili perché non suscettibili di revisione Costituzionale, ad attribuire la nostra sovranità legislativa in via definitiva all’UE, senza più il fastidioso concetto dei cd. “controlimiti” all'ingresso del diritto internazionale nel nostro ordinamento.
In sostanza prima della riforma Costituzionale, il diritto UE, come ogni altra norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta, entrava automaticamente nel nostro ordinamento, tuttavia era fatto salvo il successivo vaglio di legittimità di tali norme rispetto ai principi fondamentali (art. 1-12 Cost.) e ai diritti inalienabili dell'uomo, diritti enunciati nella parte prima della Carta. Tale indirizzo era stato di recente confermato anche dalla sentenza n. 238/14 della Corte Costituzionale.

Inoltre, a seguito della modifica dell'art. 55, e ancor più chiaramente con il riformato 117, dovendo tutta la normativa interna essere rispettosa delle norme UE, l'uscita dall'UE e dall'euro potrebbe diventare possibile solo previa rimozione di tale nuovo vincolo dalla Costituzione, e ciò richiederebbe una nuova riforma costituzionale e, in caso di mancato raggiungimento delle maggioranze dell'art. 138 Cost., un successivo referendum.

La riforma trasferisce il vincolo esterno UE, direttamente all'interno del nostro ordinamento, esattamente come già fatto nel 2012 con la legge costituzionale che introdusse il pareggio in bilancio nel nostro sistema giuridico.
Complottismo? Assolutamente no.
La stessa relazione preparatoria al disegno di legge costituzionale chiarisce come l'obiettivo della riforma fosse semplicemente questo, testualmente Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del Patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione tesa a valorizzare la dimensione delle Autonomie territoriali e, in particolare la loro autonomia finanziaria (da cui è originato il c.d. federalismo fiscale), e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche”.

In claris non fit interpretatio.  
Il Senato in futuro sarà solo l’organo di “raccordo”, termine assai impreciso e vago per una Costituzione, tra Italia ed Europa. Ma cosa si intenda esattamente con il termine raccordo è specificato nel proseguo dell'art. 55, ove si legge in conformità agli obiettivi della riforma, che: “Partecipa (omissis…) all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”.

Non è un caso, ma una precisa scelta normativa, che il principale ruolo del Senato venga menzionato solo verso il termine dell’articolo. Trattasi di una tecnica legislativa copiata dai trattati europei, che inseriscono sempre con una certa cura le “pillole avvelenate” per evitare di far scorgere subito al lettore le criticità maggiori del testo ed i veri scopi per cui è confezionato.
In questo contesto di “distrazione” si colloca anche l’inserimento, già al secondo comma, dell’equilibrio tra uomini e donne nelle rappresentanze. Trattasi di un diritto macroscopicamente cosmetico (un trucco atto a distrarre quindi), che serve appunto a gettare fumo negli occhi ed a consentire, a chi non è esperto in diritto, di credere che questa sia una riforma ben congegnata, pensata per l’uguaglianza tra i sessi.

In realtà l’equilibrio nelle rappresentanze tra uomo e donna è un atto di discriminazione senza precedenti e crea un’evidente incompatibilità tra questa nuova disposizione e gli artt. 3 e 49 Cost. Ogni cittadino ha infatti pari diritto a concorrere alla vita pubblica del Paese a prescindere dal proprio sesso. Non si può escludere un candidato perché ci sono già troppi candidati di un sesso o dell'altro.
La candidatura elettorale è su base volontaria e nessuno potrebbe parimenti vietare ad un gruppo di sole donne o di soli uomini di riunirsi in partito, è un loro diritto fondamentale irrinunciabile codificato nell’art. 49 Cost.

Le diseguaglianze tra sessi si combattono sul piano delle opportunità, rimuovendo quegli ostacoli legati a fattori prevalentemente biologici o socio-culturali che una donna può avere per l'accesso alla politica, e non creando limiti prestabiliti di candidatura che determinano, in definitiva, solo nuove ed insuperabili discriminazioni. Le pari opportunità per una donna di fare politica rispetto ad un uomo sussistono solo laddove si riconosce un concreto sostegno alla maternità, una pari dignità sociale e culturale, non certo da un obbligo di parità numerico inserito in barba ad ogni democrazia ed ogni meritocrazia.

Insomma il primo articolo riformato rende subito chiaro un concetto, la riforma è contraria alla forma Repubblicana dello Stato e costituisce un atto puramente eversivo.

 AVVOCATO MARCO MORI


La Commissione europea devasta il made in Italy




Un nuovo attacco alle eccellenze del made in Italy è in arrivo dall’Europa. Un’invasione a dazio zero di oltre 1 milione di tonnellate di grano, granturco e orzo, 3mila di miele, 5mila di pomodori, 4mila di avena e l’importazione di vari tipi di calzature che potranno entrare senza limiti in Europa a tasso zero mettendo a serio rischio la produzione italiana.

Per i produttori di grano, già in profonda crisi a causa del crollo del 31% dei prezzi rispetto all’anno scorso e costretti a vendere al di sotto del costo di produzione, potrebbe essere il colpo definitivo. La misura presentata da Federica Mogherini, un nuovo regalo alle multinazionali del cibo che potranno accaparrarsi la materia prima a prezzi stracciati, rischia di mandare sul lastrico centinaia di piccoli contadini e proprietari terrieri.

L’eurocrazia continua ad essere garante dei profitti dei forti e nemica dei diritti dei piccoli, sempre più deboli e soli, per l’assenza di misure che tutelino le produzioni di eccellenza e i posti di lavoro che queste garantiscono.

A lanciare l’allarme è Tiziana Beghin, europarlamentare del M5S.

“Dopo l’invasione dell’olio tunisino, scrive Beghin in una nota, arriva dall’Europa un’altra minaccia per gli agricoltori italiani. La Commissione europea vuole aumentare le importazioni a dazio zero di prodotti agricoli, artigianali e industriali dall’Ucraina”.

“Questo significa, spiega l’europarlamentare, che sulle tavole di tutti gli italiani arriveranno pasta e pomodori ucraini, ma anche miele, succhi d’uva, avena, orzo. Le conseguenze sul mercato agricolo italiano saranno devastanti: i produttori sono già in ginocchio per via del crollo del 31% dei prezzi dei cereali. Stanno uccidendo l’agricoltura italiana!”

Poi un violento attacco al Pd. “Questo, conclude Tiziana Beghin, è il risultato di politiche suicide volute dal Pd: gli europarlamentari del Pd hanno votato sì all’invasione dell’olio tunisino e oggi Federica Mogherini, il Commissario europeo nominata da Renzi, fa questa assurda proposta che non riguarda solo i prodotti agricoli, ma anche vari tipi di calzature”.

Infine un appello: “Il Movimento 5 Stelle chiede il ritiro di questa misura. Salviamo l’agricoltura italiana!”.

Regno Unito: la Brexit non lascia, anzi raddoppia


Theresa May ha deciso: il processo che porterà la Gran Bretagna a separarsi dall’Unione europea verrà avviato a inizio 2017, al massimo “entro marzo”. Le recenti dichiarazioni del Primo ministro del Regno Unito in occasione della Conferenza annuale del partito Conservatore a Birmingham, definiscono finalmente una situazione non ancora del tutto chiara, e sono una risposta alle pressioni provenienti dal Consiglio europeo e dallo stesso partito dei Tory.
L’attivazione dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea permette allo Stato membro che abbia intenzione di recedere la possibilità di negoziare e concludere con l’Unione un accordovolto a definire le modalità di recesso, tenendo conto anche delle relazioni future. A tal proposito la May, nel difendere la scelta democratica effettuata dai cittadini britannici, ha spiegato come avverrà lo sganciamento dalla normativa europea: le leggi europee approvate sin dall’European Community Act (norma con la quale la Gran Bretagna ha aderito all’allora Comunità economica europea nel 1972), tramite una legge governativa, saranno abrogate, emendate o convertite in leggi nazionali, al fine di evitare eventuali vuoti legislativi post Brexit.
In questo modo, inoltre, verrà ristabilito il primato dell’interpretazione dei giudici inglesi su quelli di Lussemburgo.
Ma la questione più spinosa resta quella sul tema dell’immigrazione. Proprio su questa materia il Primo ministro del Regno Unito ha tuonato: “Voglio essere chiara. Non usciamo dalla Ue per poi rinunciare di nuovo al controllo sull’immigrazione. Noi torneremo ad essere un paese pienamente sovrano e indipendente”; e ancora “oltre al messaggio di voler lasciare l’Unione, penso che ci sia anche un altro chiaro messaggio da parte dei cittadini britannici, ovvero la richiesta di un maggiore controllo da parte nostra sul movimento di persone che dall’Europa raggiungono il Regno Unito”.
L’argomento immigrazione è stato il cavallo di battaglia di Nigel Farage, l’ex leader dell’Ukip, e principale promotore della Brexit: secondo il politico britannico, infatti, l’enorme afflusso di stranieri ha privato i cittadini di numerosi posti di lavoro e reso tutti più poveri; a guardare i dati appare difficile non concordare con la tesi di Farage: negli ultimi 5 anni, infatti, il tasso d’immigrazione in UK da parte di cittadini dell’Unione è cresciuto del 51%.
Alle parole provenienti da oltremanica, hanno fatto eco le dichiarazioni del cancelliere tedesco, Angela Merkel: i piani britannici di stretta sull’immigrazione non sono piaciuti alla Cancelliera tedesca che ha voluto rispondere a tono, invitando il governo di Sua Maestà a rivedere le proprie posizioni, perché “senza la libera circolazione delle persone non potrà esserci per l’UK l’accesso al mercato unico europeo”.
Non pare preannunciarsi, quindi, un negoziato facile; ma il governo di Theresa May non ha alcuna intenzione di farsi trovare impreparato in caso di difficoltà.
Il segretario agli affari Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, sta cercando di ricucire i rapporti con Ankara al fine di siglare un “mega accordo commerciale” con la Turchia dopo la Brexit e, dopo aver annunciato la linea dura sui negoziati, anche il Primo ministro britannico ha incontrato negli ultimi giorni il governo danese e quello olandese, con la volontà di trovare alleati a Copenaghen e a l’Aia, oltre al fatto che sono previste nuove visite ad altre capitali europee per i prossimi mesi con lo scopo di sondare le posizioni negoziali degli altri Stati membri.
Londra è consapevole che non sarà facile, ma ha intenzione di tirare dritta per la propria strada e di rendere la Brexit un successo.

Austria, queste elezioni non s’hanno da fare


Ormai votare in Austria è sempre più complicato. Il Ministero degli Interni austriaco ha infatti comunicato nei giorni scorsi che il ballottaggio delle elezioni presidenziali sarà rinviato presumibilmente al 27 novembre o al 4 dicembre. Quella delle urne in Austria ha assunto i caratteri di una vera e propria epopea, dal momento che si tratta dell’ennesimo episodio controverso che tarda a consegnare al Paese il nuovo Presidente della Repubblica.
Tutto ha avuto inizio lo scorso 22 Maggio, quando si sono tenute le elezioni tra Norbet Hofer, il leader del partito liberal-nazionale FPÖ, e Alexander Van der Bellen, candidato indipendente deiVerdiil quale si è aggiudicato la vittoria di un soffio (si parla di circa trentamila voti), a causa di schede elettorali arrivate per corrispondenza; in un primo momento infatti Hofer risultava essere in vantaggio, ma la situazione è stata ribaltata successivamente dall’arrivo delle suddette schede. In seguito al ricorso presentato dall’FPÖ, poi accolto, che denunciava gravi irregolarità nella procedura di scrutinio, la Corte costituzionale ha ordinato la ripetizione delle elezioni fissate così per il prossimo 2 Ottobre.
A pochi giorni dal nuovo, si fa per dire, ballottaggio, un altro rinvio: la colla delle buste in cui sono contenute le schede elettorali da usare per corrispondenza è scarsa e non incolla bene. Niente da fare anche questa volta: se ne riparla il 27 Novembre o il 4 Dicembre.
Tralasciando la questione economica, visto lo spreco di denaro per schede e buste che non possono essere più utilizzate, e andando oltre la figuraccia di una colla poco performante, l’opinione pubblica austriaca è agitata da un interrogativo che sta prendendo corpo: non è forse in atto untemporeggiamento più o meno velato per permettere a Van Der Bellen (Verdi) di recuperare terreno nei confronti del candidato del partito liberal-nazionale? In questo momento, infatti, i sondaggi danno il candidato del Partito della Libertà Austriaco in vantaggio.
Non è un mistero, inoltre, che in Austria il dibattito sulla questione dei migranti sia acceso, ed è seguito con preoccupazione anche dall’Unione Europea, impegnata a mettere insieme i pezzi dopo l’uscita del Regno Unito. Per questo motivo, a livello internazionale prevale una speranza sulla vittoria di Van Der Bellen: in caso contrario si aprirebbe un’ulteriore crepa nell’UE, con Hofer pronto a mettere in discussione le politiche comunitarie di accoglienza ai rifugiati, contro le quali il leader di FPÖ ha già promesso di dare battaglia, andando a ledere ulteriormente la stabilità di un’Unione ormai zoppicante.

Mauro Gagliardi

L'arrogante UE ha trasformato gli Stati membri nei suoi schiavi personali, sostiene Paolo Barnard



Perché dovrebbe essere fatto un referendum per cambiare una Costituzione e un Parlamento che sono già stati ridotti ad un'ombra di ciò che dovrebbero essere da parte di Bruxelles? Mi riferisco al referendum costituzionale italiano in autunno che decreterà anche se Matteo Renzi rimarrà in carica come Primo Ministro. La Sovranità si trova in altri luoghi nell'Unione Europea, non più nelle assemblee nazionali.

Se i sostenitori britannici del "Remain" avessero passato mezza giornata a verificare quale infernale prigione siano l'eurozona e i trattati sovranazionali europei, sarebbero senza parole. Ecco una metafora per spiegare meglio: "Immaginate una fattoria di schiavi nella Louisiana del XIX secolo, dove gli schiavi nella baracca N.18 decidono di fare alcuni piccoli cambiamenti nella loro miserabile abitazione. Cambierà qualcosa per loro? Schiavi erano e schiavi rimarranno.
Pensate che i padroni saranno preoccupati per il nuovo colore di vernice che gli schiavi hanno aggiunto alla loro decrepita abitazione"?

Questa è proprio la situazione in cui l'Italia si trova in questa disgraziata dittatura europea, mentre il referendum si avvicina. Quindi a chi daranno il mal di testa queste chiacchiere?

Come ho detto, il Primo Ministro Renzi vuole alterare la composizione e le funzioni del Parlamento, che rispettando i trattati sovranazionali di Bruxelles è già stato spogliato di tutte le sue basilari prerogative. Ecco alcuni fatti: La Costituzione (de facto) europea, il Trattato di Lisbona, chiarisce la supremazia della legge europea su qualsiasi legislazione nazionale. Ecco il punto: quando si parla di temi reali è Bruxelles a decidere, non i nostri parlamentari.

Al mio Parlamento è anche vietato prendere visione del budget senza il via libera dei tecnocrati non eletti nella Commissione Europea (come da trattato "Semestre Europeo"). Riuscite a crederci, Brexiters? Secondo il Trattato di Lisbona, i parlamenti europei devono perseguire gli interessi dell'Europa nei loro Paesi PRIMA degli interessi nazionali (Art. 8c, TEU)

I politici eletti italiani non hanno nessuna voce in capitolo nelle politiche fiscali e nella tassazione (trattato Fiscal Compact). Le due camere del mio Paese sono già ridotte ad un'impotente strumento estetico in questa deplorevole Unione, perciò potrebbero dipingerle di blu e rosa e capovolgerle, a chi importerebbe?

Tragicamente, anche la nostra Costituzione è stata stravolta dal potere europeo. Ecco ancora il Trattato di Lisbona: "Nel parere 1/91 della Corte Europea di Giustizia, i trattati europei sono descritti come la "Carta Costituzionale" di uno stato di diritto, per la salvaguardia del quale gli Stati hanno limitato i loro diritti sovrani".

I fragili e caotici partiti euroscettici italiani non hanno quasi neppure nessuna possibilità di ottenere voti sufficienti per superare la soglia elettorale. Riguardo alle terribili previsioni economiche che ci sarebbero in seguito ad un voto contrario al Primo Ministro Renzi, be', mi fanno ridere. Quanto potrebbero peggiorare le cose per l'Italia nell'Euroinferno?

Tuttavia, giganti finanziari come Citi, Pimco, J.P. Morgan Chase, Societe Generale hanno tutti inviato avvertimenti attraverso papers degli investitori che hanno lo scopo di dire all'elettorato italiano: "Se votate nel modo sbagliato, cioè per un Renzi non asservito all'UE, vi spacchiamo le rotule".

Non fatevi ingannare dalla sottigliezza del gergo finanziario che hanno usato nel documento, pubblicato da Bloomberg il 6 luglio. Le minacce sono pronte: "Se il referendum costituzionale non passasse... i titoli di Stato italiani potrebbero essere venduti"; "La vittoria del NO potrebbe comportare la nomina di un governo tecnico entro il 2017" (leggi: ancora un altro uomo "europeo" non eletto alla guida a Roma); "Le prospettive dell'Italia sono offuscate dai rischi legati al referendum di Ottobre e ai guai del settore bancario, così come l'impatto del Brexit sul commercio e l'incertezza".

Ma l'Italia, un tempo un Paese ricco e prospero, ora può ringraziare l'Unificazione Europea per 4,5 milioni di persone che vivono in assoluta povertà, 40,4% di disoccupazione giovanile, niente accesso all'assistenza sanitaria per un cittadino su cinque, un calo del 25% del PIL e il più grande crollo dei consumi dalla Seconda Guerra Mondiale.

Quelle minacce non mi impressionano. È come dire ad un cadavere che se non si comporta bene tu gli sparerai. E non preoccupatevi riguardo al cosiddetto "pericolo nucleare" del disastro del nostro Monte dei Paschi. Mario Draghi, il più famoso rianimatore di "beni zombie" del mondo, si occuperò anche di quello. Per concludere, il referendum di Ottobre non cambierà niente riguardo alla nostra tragedia nazionale.
Ho paura che non ci sarà un Italexit dall'Euroinferno.

                                                  PAOLO BARNARD

Elezioni Spagna: la vittoria dei Popolari e la scialba mediocrità di Podemos



Appena 6 mesi dalle elezioni politiche del dicembre 2015, la Spagna è tornata al voto per cercare di risolvere il lungo stallo che ha impedito la formazione di un nuovo governo. L’obiettivo appare però tutt’altro che raggiunto: la tornata elettorale ha confermato, con poche variazioni, i risultati del 2015. La Brexit non aiuta Podemos, che resta solamente il terzo partito nonostante l’alleanza con Izquierda Unida.

In dicembre, la Spagna aveva visto, come molti altri paesi europei, la rottura del bipolarismo che aveva caratterizzato la vita politica del paese sin dalla transizione seguita al lungo governo di Francisco Franco. La tradizionale alternanza di Partido Popular (PP) e Partido Socialista Obrero Español (PSOE) ha avuto fine alle ultime elezioni politiche, con l’irrompere sulla scena diPodemos, il movimento di Pablo Iglesias sorto dalle manifestazioni degli Indignados del 2011, e di Ciudadanos (C’s), partito centrista liberale guidato dal giovane Albert Rivera. I due nuovi contendenti hanno portato il sistema politico spagnolo a un’inedita quadripartizione, complicata dalla presenza di numerosi partiti locali, che eleggono propri rappresentati alCongreso grazie al loro radicamento locale.

La situazione di ingovernabilità consegnataci dalle elezioni del 2015 si è ripetuta ieri sera, con risultati praticamente analoghi a quelli visti 6 mesi prima. Unica differenza, l’affluenza complessiva, scesa dal 73,2% al 69,81%, il dato più basso della storia delle politiche spagnole, che riflette la tendenza al non voto in atto un po’ ovunque.

Il PP del premier uscente, Mariano Rajoy, si conferma il primo partito con il 33,03% dei voti e 137 seggi al Congreso (unica delle due Camere a dare la fiducia al Governo). Al secondo posto, contrariamente agli exit poll che davano in vista uno storico sorpasso di Podemos, si confermano invece ancora i socialisti di Pedro Sánchez, con il 22,66% e 85 seggi. Podemos, presentatosi questa volta in coalizione con la sinistra radicale di Izquierda Unida (IU) si è fermato al 21,10% e a 71 seggi. Chiude il quartetto Ciudadanos, che cala lievemente al 13,05%, ma ottiene solamente 32 seggi contro i 40 ottenuti a dicembre. I partiti catalani confermano i propri seggi, 9 alla Esquerra Republicana (ERC/CATSI) e 8 a Convergència Democràtica (CDC), mentre perde un seggio, passando da 6 a 5, il Partido Nacionalista Vasco (EAJ-PNV), espressione dell’indipendentismo basco assieme all’Euskal Herria Bildu (“Il meglio del paese basco”, EHB), che conferma i propri 2 rappresentanti. Conferma il proprio seggio anche la Coalición Canaria, alleanza di partiti delle Canarie di tutti gli orientamenti.

Tale frammentazione appare ormai connaturata al sistema politico spagnolo, nonostante un sistema elettorale proporzionale basato su collegi provinciali piccoli, che in teoria dovrebbe agevolare il bipolarismo (con tanti collegi che eleggono solo 2 deputati al Congreso, questi tenderanno ad appartenere ai due partiti maggiori).

Nel complesso, le elezioni non vedono la vittoria di nessuno, ma la chiara sconfitta di Podemos.

I popolari hanno aumentato i loro consensi rispetto a dicembre: hanno qualche seggio in più al Congreso, ottengono la maggioranza assoluta al Senato (importante per le riforme costituzionali, ma inutile ai fini della formazione di un governo) e si impongono in tutte le regioni spagnole (eccetto le fortemente indipendentiste Catalogna e Paesi Baschi, dove ha vinto Podemos), compresa l’Andalusia e l’Extremadura, feudi storici dello PSOE. Tuttavia, restano ben lontani dalla maggioranza di 176 seggi necessaria per governare, e nessun partito sembra disposto ad appoggiare un secondo mandato di Rajoy.

Lo PSOE tiene ed evita il sorpasso di Podemos, ma nel contempo incassa il peggior risultato dal 1978 a oggi e perde 5 seggi rispetto a dicembre. Anche Ciudadanos cala leggermente e perde seggi, tuttavia può accontentarsi di essersi imposta come forza politica stabile e non di passaggio. Quello che incassa una sonora sconfitta è Podemos, che delude totalmente le alte aspettative della vigilia. L’unione col 3% (ottenuto a dicembre) rappresentato da Izquierda Unida non ha consentito al movimento nato dal collettivo universitario anticapitalistaContrapoder di imporsi come la seconda forza del paese e la prima del campo della sinistra. Nel contempo, questa sfortunata alleanza lo ha definitivamente smascherato come forza effettivamente schierata nel campo di una sinistra radicale che poco ha a che fare con i vaghi proclami di essere “al di là della destra e della sinistra”, che in Italia lo avevano fatto assimilare al Movimento 5 Stelle. A onor del vero, infatti, pur con tutti i loro enormi difetti e limiti, il M5S si è sempre presentato ovunque da solo e ha costantemente mantenuto, almeno in campo elettorale, una sostanziale equidistanza rispetto a centro-destra e centro-sinistra.

Non è così per lo spregiudicato Pablo Iglesias, che dopo essersi riempito la bocca di proclami anti-casta, contro la corruzione e contro l’Europa delle banche e della burocrazia, ha lanciato una coalizione con la sinistra radicale, con il dichiarato obiettivo di formare un governo assieme ai socialisti del PSOE (il polo sinistro della “corrotta” classe politica spagnola), che potesse puntare a “migliorare l’Europa restandoci dentro”. Quest’ultimo è ormai un mantra di tutta la sinistra progressista europea, che vaneggia di una nuova Europa diversa da quella della Commissione Europea, dei burocrati e della finanza, ma che non indica mai in cosa questa dovrebbe concretamente consistere, se non mediante vaghi riferimenti a politiche sociali dal tono altrettanto vagamente keynesiano, aiuti a nazioni in difficoltà come la Grecia e l’immancabile accoglienza di milioni di presunti profughi. Un coacervo di retorica e confuse stupidaggini, che nascondono una sola vocazione: la difesa dello status quo unionista, mediante il depotenziamento di quelle che potrebbero costituire reali e radicali alternative all’attuale assetto europeo.

Il fallimento di Podemos non rappresenta comunque una grande vittoria dei partiti tradizionali, che pure hanno retto meglio del previsto, alcuni sostengono anche grazie a un effetto conservativo e di maggiore prudenza al voto dovuto allo shock della Brexit. Dopo la scorsa tornata elettorale, Rajoy incassò i ripetuti no a un suo secondo mandato sia da parte di Ciudadanos che dai socialisti. Questa volta sembra più plausibile che i secondi cambino idea e accettino una grande coalizione, per la prima volta nella storia della Spagna, magari con la condizione che non sia guidata da Rajoy in prima persona. Si tratta dell’unica opzione possibile per dare un governo alla Spagna in base a questi risultati elettorali, se si eccettuano le ipotesi di un improbabile governo di minoranza PSOE-Podemos-IU, dunque è probabile finisca così e che non si vada a votare una terza volta.

In ogni caso, al di là delle illusioni che può darsi qualcuno continui a coltivare in merito all’esistenza di una “sinistra anti-UE” che non sia il vetero-comunismo di KKE e simili, c’è comunque poco da disperarsi per l’effetto conservativo e prudente che la Brexit potrebbe avere impresso al voto spagnolo, riconsegnando la vittoria ai partiti di sempre. All’orizzonte non si intravedono, infatti, le alternative radicali che servirebbero per dare una scossa al paese dopo 7 anni di indigestione progressista con Zapatero e dopo la ligia obbedienza europeista dei 4 anni di Rajoy, autore di dure riforme del mercato del lavoro che hanno portato alla Spagna qualche punto di crescita macroeconomica e una disoccupazione che resta altissima e seconda solo a quella greca in Europa. Purtroppo, le alternative che servirebbero, radicali, nazional-popolari, anti-unioniste, possibilmente senza scadere per questo nell’euroscetticismo autonomista di un Farage, al momento in Spagna sono completamente bloccate dall’essere associate, nell’immagine comune, alla dittatura franchista, la cui vicinanza nel tempo rafforza la pregiudiziale antifascista rispetto ad altre realtà europee.

Referendum Unione Europea in Gran Bretagna: il mattino ha il Brexit in bocca


Ora i risultati sono ufficiali: il popolo inglese ha scelto di non sottostare più ai diktat europei, votando in maggioranza per il Leave (=lasciare) l'Unione Europea, con buona pace dei buonisti, europeisti e paladini della democrazia (quando gli pare a loro), che vedono in questo risultato il ritorno della famose piaghe d'Egitto (uccisione primogeniti maschi, invasione delle cavallette ecc.) Al di là delle battute, cosa prevedeva il Referendum? Innanzitutto cominciamo col dire che questo era un Referendum sull'Unione Europea e non sull'Euro, dato che la moneta della Gran Bretagna è la sterlina. Quindi la Gran Bretagna è già uno Stato Sovrano, dotato di una sua Banca Centrale che ne coordina la politica monetaria. 

La sua politica fiscale, è gestita dal Governo, ma tuttavia deve comunque sottostare alle regole del Trattato di Maastricht del 3%, cosa che agli inglesi non sta bene, dal momento in cui, sforando questo parametro, sono oggetto delle famose procedure per deficit eccessivi, che prevede multe per chi sfora il tetto del 3%. Inoltre gli inglesi rifiutano il Fiscal Compact, reo di bloccare la crescita economica (i dati sulla crescita economica danno ragione ai britannici) e soprattutto non accettano le politiche europee riguardanti l'immigrazione. Questi sono i principali motivi del malcontento inglese. 

L'uscita dall'Unione Europea è contemplata dall'articolo 50 del Trattato di Lisbona, rimasto fino ad ora inutilizzato. Ma la riunione del vertice Ue di martedì e mercoledì prossimi potrebbe essere la prima occasione per Cameron di attivare l'articolo 50. Prima di quel vertice a 28 ci sarà una "riunione informale a 27" per "una riflessione", ha annunciato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. 

Adesso occorre però fare un'analisi, a prescindere dal fatto di sostenere il Brexit o il Bremain: questa Europa va cambiata. L'Europa non può essere soltanto vincoli. L'Europa non può essere soltanto politiche economiche che distruggono l'armonia, la pace e la prosperità dei popoli e dei suoi figli. L'Europa non può essere soltanto la paladina delle banche. L'Europa deve essere in grado di pensare e tutelare i suoi popoli, garantendo loro tutto il necessario, senza essere un cappio per le economie e dove tutti gli Stati contino allo stesso modo, senza egemonie da parte di qualcuno. Altrimenti se la situazione rimarrà questa, allora è meglio dirci addio. 

Qual è il vero mestiere di Matteo Renzi?



Matteo Renzi, come tutti ben sapete, è il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano; per quanto tempo ancora non si sa, ma questa è un’altra storia. Il suo compito dovrebbe essere quello di difendere gli italiani, ma sembra che il Premier si diverta molto di più a fare un altro mestiere: ossia il pubblicitario a beneficio delle multinazionali. L’ultimo spot lo ha fatto qualche settimana fa alla Coca – Cola, parlando a Marcianise, provincia di Caserta, mentre annunciava che “bisogna aprire le porte all’imprese straniere che portano lavoro e futuro” mentre nel frattempo, chiude la porta in faccia agli imprenditori italiani che spinti dalla disperazione si suicidano (le imprese in questione chiudono perché lo Stato non paga i propri debiti, infatti sono aziende in credito). 

Quindi secondo lui, dovremmo aprirlo alle multinazionali, che potranno permettersi di trattare l’Italia come una terra di conquista, in cui si potranno far beffe di ogni logica di mercato e di qualsivoglia tutela dei lavoratori, sfruttati per pochi euro all’ora e magari pagati anche con i voucher. Una fra queste è la Philip Morris, multinazionale del Tabacco, che in Zola Predosa hanno ricevuto la benedizione di Renzi; oltre a questa però ce ne sono altre… come Google o la Apple, che il politicante di Firenze giudica come suo modello di riferimento. 

Ora il punto è: che c’è di male nell’essere in ottimi rapporti con queste grandi aziende? Semplice: per prima cosa dovrebbero venire prima le aziende italiane e dopo le multinazionali. Inoltre quando si è troppo amico di qualcuno si ha la tentazione di fargli dei favori e Google e Apple hanno ottenuto dal Fisco italiano degli sconti di alcune centinaia di milioni di euro, senza creare alcun posto di lavoro in Italia. E’ evidente come le multinazionali in Italia facciano i loro interessi, ma il fatto più evidente è come alcuni di esse ricoprano addirittura incarichi istituzionali: ad esempio Diego Piacentini, Vice – Presidente di Amazon, scelto dopo uno scambio di sms fra il capo di Amazon e lo stesso Matteo Renzi; poi ci sono incarichi che il Governo ha dato ai grandi esponenti della finanza, come JP Morgan scelta come super-consulente sulle bad-bank, che mentre “aiutava” il governo italiano, si preoccupava di consigliare ai suoi clienti di “evitare le banche italiane”. Ma d’altronde la JP Morgan è colei che afferma che la costituzione italiana vada cambiata perché tutela troppo i lavoratori, ma si sa…le multinazionali sono interessate soltanto al profitto… infischiandosene di tutto e tutti, specie dei lavoratori. E ora chiedetevi: per chi lavora Matteo Renzi: per noi o per loro?

                                                           VIS SAPIENTIA

Xylella, Corte di Giustizia Europea: Bruxelles può imporre all’Italia il taglio degli ulivi

Ulivi pugliesi affetti da Xylella




I giudici della Corte di Giustizia hanno stabilito che l’Unione Europea può chiedere l’estirpazione degli ulivi, anche di quelli sani. Tuttavia, se non fosse per il sequestro penale disposto dalla Procura di Lecce, gli ulivi in questione, di 5 milioni sono secolari e 300000 monumentali, ossia che arrivano a superare i 1000 anni di età, sarebbero già stati estirpati in un battibaleno. La Corte di Giustizia Europea si è così espressa: “La Commissione può obbligare gli Stati membri a rimuovere tutte le piante potenzialmente infettate da Xylella fastidiosa, ancorché non presentanti sintomi d’infezione, qualora esse si trovino in prossimità delle piante già infettate”. Secondo i giudici infatti: “Questa misura è proporzionata all’obiettivo di protezione fitosanitaria nell’Unione ed è giustificata dal principio di precauzione, tenuto conto delle prove scientifiche di cui la Commissione disponeva al momento della sua adozione”

Quindi per contenere la diffusione della Xylella, batterio scoperto nel 2013 nel Salento e che viene diffuso da un insetto che si chiama cicala sputacchina, che secondo l’Unione Europea attaccherebbe la linfa degli alberi facendo trasmettere il batterio da albero ad albero. 

Peccato che non vi sia alcuno studio scientifico che dimostri come il rapido seccamento degli ulivi sia dovuto al batterio Xylella. Tutto ciò sta creando non pochi problemi agli agricoltori, che da tre anni sono senza reddito e con gli ulivi posti sotto sequestro. Vis Sapientia ha incontrato uno di questi agricoltori (che cogliamo l’occasione di ringraziare per il suo contributo) e lo ha intervistato per dar voce al suo dramma personale, il quale afferma nella nostra intervista: “Ci opponiamo perché al momento non esiste ancora nessuno studio scientifico che dimostri che la Xylella faccia seccare gli alberi d’ulivo. Infatti, sono stati effettuati 1750 prelievi a Gallipoli esoltanto 21 erano affetti da Xylella. E gli altri 1729 perché erano seccati? Allora non ci sono certezze scientifiche, è tutto falso! Una volta i campi si aravano, si rimondavano… ora tutto questo non si fa più come un tempo, questo perché l’olio ad esempio, viene pagato poco… e l’Europa anziché proteggerci, importa olio tunisino, con il quale non possiamo essere competitivi dato che i nostri costi di produzione sono molto più elevati rispetto a quelli africani”.

Cosa accadrà adesso? Staremo a vedere. Chissà se anche questa volta l’Italia dovrà abbassare la testa… oppure, come diceva il grande Nino Manfredi “Fusse che fusse la vorta bbbona” che l’Italia decida di proteggere il suo popolo e i suoi figli.

                                                       VIS SAPIENTIA

2 Giugno 2016 [Capitolo unico ed inimitabile]

foto bandiera italiana 2 giugno

Tralasciando l'apertura all'insegna della povertà con un pugno di smandrappati sindaci selezionati da regioni sconosciute e con look alternativi (vedasi "Conan il barbaro" con il capello fluente effetto spaghetto bagnato), la maestosa parata mostra il vigore italico con una sparuta schiera PENSIONATI. Proseguendo nella tragi-comica escalation si passano in rassegna quadrati che tra poco saranno 3x2 di organico con formazioni interforze in cui ci trovi 4 cinofili, 10 alpini, 10 parà e 10 crocerossine. I primi blocchi sono tanto esigui che le distanze appaiono vuoti chilometrici.

Renzi applaude compiaciuto con la faccina da Mister Bean codesta tragedia e i comandanti di compagnia all'attenti a sinistra, alcuni incazzati altri spaesati, (" ndo cazzo state?") cercano con gli occhi qualcuno a cui fare onore e non trovandolo fissano il cielo. I lancieri di Montebello, una manciata, celebri icone della cavalleria, A PIEDI. I cambi di passo da criminali effettuati dalla banda in tribuna provocano scompensi e la gente balla fuori tempo in un'apoteosi caotica nella speranza di rizompettare al passo con gli altri. 

La irritazione della messinscena patetica viene riassunta da alcuni uomini dai tratti più espressivi quali il secondo parà della prima schiera che nello spasmo della vergogna agitava il braccio perchè s'era sinceramente "rotto il cazzo" o i tizi con zaino che saltellavano stile Heidi manco s'incamminassero per una scampagnata o per finire il serrafila del blocco dell'ordine di Malta che solleva il braccio in maniera inspiegabile alla ricerca di qualcuno che gli spieghi che diamine sta facendo. Lascia tuttavia senza parole la quantità di Marina che per buoni 20 minuti spadroneggia con scuola di Livorno e Morosini, banda al completo e così via quando il resto delle forze era di 4 gatti. 

La ragione? Il soccorso umanitario. Tasto quest'ultimo che viene ribadito per quattro volte anche quando c'erano i finanzieri che di barche non c'entrano nulla, a meno che non si tratti di Yacht di evasori fiscali (troppi). E per finire, ritengo INAUDITO che una nazione in una tale parata non manifesti le sue relazioni diplomatiche ed alleanze facendo sfilare contingenti esteri, rappresentanze o gruppi bandiera internazionali. In poche parole "na vergogna" che fa sentire il popolo Italiano ancor più isolato, a mio dire. I nostri uomini in divisa avrebbero meritato rispetto e più risorse, almeno oggi, almeno in questa occasione, almeno in questo giorno. Siete riusciti a deflagrare anche il 2 Giugno, trasmutandolo in una pagliacciata. Un grazie sentito da tutti coloro che l'Italia la celebrano tutti i giorni.

                                                                                        SNOW

Da EuroMaidan alle sanzioni, passando per Renzi-Tafazzi: intervista a tutto campo a Gianluca Savoini, presidente di Lombardia-Russia

Savoini presidente associazione Lombardia - Russia



Abbiamo il piacere di intervistare Gianluca Savoini, fondatore e presidente di Lombardia-Russia, un’associazione culturale nata poco più di due anni fa, la quale contribuisce quotidianamente a rinsaldare i rapporti, storicamente proficui, tra Italia e Russia.

1) Dott. Savoini, quali motivazioni l’hanno indotta, nel febbraio del 2014, a fondare l’associazione culturale Lombardia-Russia?

“In quel periodo eravamo nel pieno della crisi ucraina, con le tv di tutto il mondo che si erano accampate tra i rivoltosi di “Euro-Maidan” – e già il termine con cui la piazza centrale di Kiev era stata ribattezzata faceva facilmente capire quali interessi e finanziatori ci fossero dietro.

Pochi mesi prima avevo avuto modo di incontrare amici russi vicini alle posizioni del presidente Putin che mi avevano anticipato il tragico scenario ucraino, ovviamente alterato dalla propaganda dei media occidentali.

Proprio per cercare di dare spazio anche ad un’altra visione del mondo e della storia, quella russa e non quella mondialista di un’Europa ormai succube delle lobbies globaliste, ho dato vita a questa associazione culturale, senza alcun supporto se non la passione di chi poco alla volta si è iscritto e ci seguiva sui social. Grazie anche al lavoro incessante, su questo versante, del vicepresidente Gianmatteo Ferrari, mentre il giovane segretario Luca Bertoni cominciava a tenere i rapporti con le altre associazioni simili in altre regioni del Paese.

Lo scopo principale di Lombardia Russia è quello di rinforzare i legami tra noi e il mondo russo, che sentiamo ben più vicino in termini di valori tradizionali rispetto all’Occidente decadente e materialistico che sta distruggendo la Vecchia Europa”.

2) Le sanzioni economiche alla Russia, con le conseguenti controsanzioni, stanno arrecando danni gravissimi a diversi settori industriali italiani, in un periodo, peraltro, di profonda crisi economica. Come giudica l’azione del governo Renzi in merito a questa faccenda?

“L’economia italiana sta subendo danni enormi per queste assurde sanzioni contro Mosca. Il premier Renzi ha ricevuto l’ordine di adottare questa misura dai potentati che lo hanno issato a Palazzo Chigi e ha obbedito agli ordini, senza tanti complimenti.

Del resto, che altro poteva fare uno che da sindaco di Firenze è stato imposto agli italiani come premierda un conclave bancario e da interessi internazionali, se non obbedire agli ordini in cambio del potere? I risultati sono miliardi di euro andati in fumo, centinaia di aziende che commerciavano con la Russia costrette a chiudere, danni forti anche nel comparto turistico e del lusso. Complimenti a questo governo di maggiordomi dei poteri forti!”.

3) Quali sono oggi le opportunità di investimento per le imprese italiane in Russia?

“Non sono uno specialista del settore e la nostra Associazione è soprattutto culturale. È anche vero però che, recandoci in Russia diverse volte in questi ultimi due anni, abbiamo toccato con mano i danni dell’embargo russo di risposta alle sanzioni e allora abbiamo ascoltato le richieste di numerosi imprenditori che ci scrivevano per poter avere un contatto diretto con le autorità russe.

Abbiamo così organizzato alcuni convegni a tema, dove sono intervenuti ministri russi e tecnici del settore economico che hanno risposto alle domande dei numerosi imprenditori presenti. Le imprese non hanno certo bisogno di noi, che imprenditori non siamo, ma noi abbiamo contribuito a creare nuovamente un clima adatto agli scambi commerciali con un partner primario qual è la Russia per l’Italia.

Aggiungo solo che, prima delle assurde sanzioni, il nostro paese era il secondo partner commerciale della Russia in Europa, dopo la Germania. Al governo abbiamo Tafazzi”.

4) Matteo Salvini è stato il primo leader politico occidentale a riconoscere la validità del referendum in Crimea sulla riunificazione con la Federazione Russa ed ha più volte esternato la sua ammirazione per Vladimir Putin. La Lega ha trovato nella Russia un modello sociale ed economico alternativo a quello fallimentare dell’Unione Europea?

“Mi sono recato insieme a Salvini in Crimea e in Russia pochi mesi dopo lo scoppio della crisi internazionale causato dai fatti dell’Ucraina. La Lega è stato il primo e unico partito italiano che ha riconosciuto immediatamente la legittimità del referendum di Crimea del marzo 2014 e che si è scagliato contro le sanzioni alla Russia.

Come dice lei, Salvini ammira Putin (che ha incontrato a Milano personalmente) soprattutto quando il presidente russo dichiara che innanzitutto vuole difenderel’identità culturale della Russia e la sovranità della sua nazione. Tutto l’opposto rispetto a governanti europei imbelli, quando non addirittura complici, dell’invasione immigratoria e del lassismo buonista nei confronti di chi ha dichiarato la “guerra santa” contro di noi.

E attenzione, quei tagliagole dell’Isis non sono veri islamici, ma semmai una orrida caricatura dell’Islam,finanziata a suo tempo da Paesi occidentali per abbattere, fra le altre cose, il presidente siriano Assad. Se adesso la Siria non è terra occupata dal califfato islamico terroristico, è grazie alla lungimiranza di Putin, il quale lo scorso autunno decise, annunciandolo anche all’Onu, di andare in Siria a colpire militarmente le postazioni dei terroristi islamisti.

La Russia, a differenza di altri, ha evitato una tragedia umanitaria di proporzioni immani: milioni di siriani sarebbero dovuti fuggire dallo Stato islamico per evitare la morte e quei veri profughi (non quelli finti che continuano a salire sulle navi per entrare in Italia) avrebbero inevitabilmente dovuto essere accolti da un’Europa allo stremo delle sue forze. Grazie Putin, quindi, e Salvini queste cose le dice sempre. Onore a lui”.

5) Pochi giorni fa in Austria il candidato sovranista Norbert Hofer ha perso le elezioni presidenziali per una manciata di voti. Tra meno di un mese nel Regno Unito si vota sull’uscita del Paese dall’Ue ed alcuni sondaggi danno il “brexit” in vantaggio; intanto la Grecia sta sprofondando in una crisi oramai umanitaria ed il trattato di Schengen vacilla dinanzi alle invasioni migratorie che non accennano a diminuire. L’Unione Europea è riformabile o finirà per implodere?

“L’Unione europea è una dittatura del politicamente corretto e chi non la pensa come vogliono i burocrati e i banchieri di Bruxelles viene fatto fuori, in un modo o nell’altro. La vergogna dei brogli elettorali in Austria, che hanno fatto perdere Hofer, è l’ultimo esempio di cosa sia l’Ue.

Poi non meravigliamoci se gli austriaci sono in grande maggioranza favorevoli ad ergere muri control’invasione migratoria dei clandestini. L’Ue è servita soprattutto a spogliare i singoli stati di sovranità: tutto viene deciso nelle stanze e negli uffici della commissione Ue, alla faccia del parlamentarismo e della democrazia.

Mi chiedo a cosa servano ancora i parlamenti nazionali. Visto che Renzi parla di riforma della Costituzione, perché non abolisce l’esistenza del parlamento nazionale? Tanto non può più decidere nulla di fondamentale. È un paradosso ed una provocazione, ma fino ad un certo punto.

Faranno perdere Brexit in giugno con altri brogli, come fecero in settembre in Scozia, al referendum secessionista scozzese. Solo che la storia alla fine presenterà il conto a lorisgnori”.

6) L’espansione ad est della NATO, sempre più vicina ai confini russi, ha riacceso le tensioni tra Occidente e Russia. Il Patto Atlantico, concepito all’epoca della guerra fredda con l’URSS, ha ancora senso nell’attuale mondo multipolare?

“La NATO aveva preso accordi formali con la Russia post-sovietica: non avrebbe più continuato, dicevano, astanziare uomini e mezzi intorno ai confini russi. Era logico, perché l’URSS non esisteva più e quindi il pericolo “rosso” era ormai finito nei libri di storia.

Ma era l’epoca del “Buon” Eltsin, che tanto piaceva ad americani ed occidentali perché stava svendendo la Russia ai capitalisti globali. Appena arrivato Putin, invece, cambia tutto e la NATO inizia di nuovo a mostrare i muscoli.

Anziché cercare un partenariato con Mosca contro il vero nemico, l’islamismo radicale e terrorista, il Patto Atlantico volge il mirino nuovamente contro la Russia. Non più comunista, ma che importa? Come spiegava bene Solženicyn appena crollata l’URSS, il rischio era di passare da una dittatura ben definita (quella sovietica) ad un’altra più subdola e ancor più pericolosa (quella del modello di vita unico per tutti, materialista, mercatista e possibilmente ateo).

E come sottolinea oggi lo scrittore e filosofo euroasiatista Alexander Dugin la geopolitica è una scienza esatta e spiega perfettamente lo scontro in atto tra la potenza d’oltremare (gli USA) e la potenza continentale (la Russia, o meglio ancora l’Eurasia). Quindi è facile capire perché la NATO vede la Russia come un nemico. Anche se l’esistenza stessa della NATO; in questo mondo multipolare, non avrebbe più alcun senso”.